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Geologia, sismica e suoli

Dal passato la chiave per lo studio di fenomeni naturali

Due casi di studio presentati alla European Geoscience Union (EGU), General Assembly 2018

Il 10 aprile scorso, due poster relativi a ricerche applicate a cui ha collaborato il Servizio Geologico, Simico e dei Suoli sono stati presentati in occasione della General Assembly annuale dell'European Geoscience Union (EGU), tenutasi a Vienna. Il convegno è occasione internazionale di ritrovo e confronto per gli studi in materia di Scienze della Terra e nell'edizione 2018 ha avuto 15.000 partecipanti di 106 paesi, oltre 4.000 presentazioni e 11.000 poster. Per maggiori informazioni sui contenuti delle sessioni si rimenda al sito https://egu2018.eu/home.html.

EGU 2018I due poster affrontano temi diversi tra loro, come meglio si dirà, ma hanno un comune filo conduttore: il valore del dato geologico riferito al passato, inteso come tempo storico o geologico, nel suo ruolo di chiave per l'interpretazione o l'arricchimento delle conoscenze su fenomeni naturali che hanno un impatto sul presente.

Il poster dal titolo “Multidisciplinary analysis at Lake Moo site. A natural archive to gouge past and future trends in heavy rainfall events over Northern Apennines”, presentato nella sessione “Reading the geological record of lakes (sponsored by IAS and SEPM)”, riflette lo stato di avanzamento di una collaborazione stabilita con Il Servizio Idro-Meteo-Clima di ARPAE, per lo studio degli effetti geologici riconducibili a precipitazioni brevi e intense e alla loro frequenza, dato il verificarsi di almeno un evento rilevante all'anno nel periodo 2013-2015.

Gli autori provengono da ARPAE-SIMC: Federico Grazzini, Margherita Aguzzi e Sandro Nanni, dal Servizio Geologico sismico e die suoli regionale: Stefano Segadelli, Francesca Staffilani e Maria Teresa De Nardo,  dall’ Università di Parma, Dipartimento di Scienze Chimiche, della Vita e della Sostenibilità Ambientale: Alessandro Chelli e Roberto Francese, e dall’ Università di Bologna, Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali: Veronica Rossi.

L’area di studio è quella della torbiera di Lago Moo (Appennino piacentino), interessata da depositi detritici messi in posto dall'evento con precipitazione ad alta intensità avvenuto nel settembre 2015, che ha sconvolto le valli del Trebbia e del Nure. Nell’estate 2017, sono stati svolti il rilevamento geologico e geomorfologico e delle indagini geognostiche (due sondaggi, una trincea).

Nell’organizzazione delle attività di cantiere un contributo importante è stato dato dai tecnici del Comune di Ferriere, in cui è localizzato il sito.

E’ stato possibile ottenere una stratigrafia dei depositi di torbiera, alla ricerca di evidenze sedimentarie di eventi passati, con caratteristiche di “alta energia”, partendo dai record geologici e andando indietro nel tempo oltre la breve storia strumentale di tali fenomeni.

EGU 2018Il poster illustra i primi risultati: la successione sedimentaria, è caratterizzata da facies con depositi alluvionali grossolani, intercalati in “set” entro sedimenti fini con torbe e sostanza organica; la successione è studiata con criterio sedimentologico e attraverso i risultati di datazioni al radiocarbonio, che saranno abbinati alle informazioni derivanti da analisi storiche, mirate sugli effetti delle piogge locali.

Lo studio applicativo contribuirà a fare luce sui cambiamenti locali nell'attività alluvionale, dopo l'ultimo ritiro glaciale del Quaternario nell'Appennino settentrionale. Le precipitazioni che cadono durante gli eventi estremi rappresentano una percentuale significativa del bilancio idrologico annuale nel clima mediterraneo. Pertanto, una valutazione della loro frequenza relativa, attraverso le evidenze nella sedimentazione di torbiera, darà informazioni sui cambiamenti dell'intero ciclo idrico della regione, fornendo un riferimento importante per l’interpretazione di scenari futuri.

Il poster “Historically documented activations of significant mud volcanoes near the Northern Apennine margin” illustra uno studio sulla documentazione reperibile nella letteratura geologica storica, relativa alle attivazioni dei “vulcani di fango” o “salse” che carattesrizzano il margine appenninico regionale.

Gli autori sono Daniele Bonaposta (libero professionista, esperto in cartografia GIS), Stefano Segadelli e Maria Teresa De Nardo del Servizio Geologico, Sismico e dei Suoli della Regione Emilia-Romagna.

SegadelliE' stato presentato nell'ambito della sessione “Historical Climatology” che si è rivelata essere ricca di lavori scientifici sull'importanza della rilettura in chiave “moderna” dei dati storici riferiti a fenomeni naturali, quali ad esempio eventi metereologici o fenomeni geologici. Da evidenziare, la grande attenzione dedicata nei Paesi Nordeuropei alle evidenze storicamente documentate sul clima del passato, con particolare riferimento all'Età Medioevale o alla cosiddetta “Piccola Era Glaciale”, alla ricerca di dati utili all'interpretazione dell'evoluzione del clima dei nostri giorni.

I vulcani di fango sono fenomeni geologici storicamente documentati che si trovano anche nei pressi del margine appenninico emiliano-romagnolo, nel versante padano dell'Appennino settentrionale (Italia).  Sono localmente detti "Salse", per l'acqua salata che accompagna i fanghi in risalita dalle profondità. E' importante il ruolo della fuoriuscita di metano, che veicola il fango e gli eventuali detriti (o blocchi), accompagnati anche da idrocarburi liquidi. La distribuzione delle salse è governata da allineamenti dati da strutture tettoniche. Alcune mostrano eruzioni accompagnate da attività esplosiva, la maggior parte presenta un rilascio continuo di fango o è "dormiente", temporaneamente non attiva. Si trovano principalmente nelle province di Modena e Reggio Emilia: la nostra ricerca si è concentrata su questo settore della catena.

L'attività dei vulcani di fango è stata storicamente osservata e ha catturato l'attenzione degli abitanti e degli studiosi. Studi naturalistici e geologici storici sono stati raccolti e analizzati, prestando attenzione alle informazioni geologiche che potrebbero essere estratte dalle descrizioni, a volte ricche di dettagli letterari. Alcuni lavori sono più scientifici, quali ad esempio quelli famosi di Spallanzani (1729-1799) e Stoppani (1824-1891) che descrissero i vulcani di fango di Modena e Reggio Emilia.

La letteratura consultata è stata divisa in due parti: 1) pubblicazioni di Autori del XVIII e del XX secolo., che citano anche attivazioni documentate in epoche più antiche (età romana, XVI, XVII secolo). 2) pubblicazioni “quasi storiche” (più recenti), dal 1966 al 2004.

Per la prima volta, le informazioni su posizionamento, anni delle attivazioni descritte e tipo di episodi sono stati raccolti, analizzandoli mediante tecniche GIS. Cartografie di distribuzione dei vulcani di fango sono state redatte e il numero delle attivazioni documentate è stato riportato e confrontato. Sono stati elaborati grafici che mostrano il numero di attivazioni documentate, per anno; ciò ha permesso di classificare i vulcani di fango dell'Appennino modenese e reggiano, in base alla frequenza e allo stile di attivazione documentati.

Nella sezione inglese del sito del Servizio Geologico, Sismico e dei Suoli sono pubblicati i riassunti dei due poster.

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Pubblicato il 20/04/2018 — ultima modifica 20/04/2018
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