martedì 16.01.2018
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Geologia, sismica e suoli

La riattivazione di antiche frane in Emilia-Romagna (Italia): strategie di riduzione del rischio

La possibile riattivazione di grandi e antiche frane rappresenta in Emilia-Romagna la maggiore fonte di rischio idrogeologico

Oltre 70.000 corpi di frana sono stati riconosciuti, censiti e catalogati dal SGSS. Almeno 4000 hanno volumi sull’ordine di grandezza dei milioni di metri cubi.

La frana di CorniglioCirca 2000 centri abitati sono direttamente minacciati dalla loro eventuale riattivazione. L’esperienza e le ricerche degli ultimi decenni (portate avanti dal SGSS) dimostrano che l’eventualità della riattivazione è una possibilità reale anche per frane che consideriamo inattive da molti decenni e forse da secoli. La riattivazione di grandi frane è un evento che si è ripetuto almeno una quindicina di volte in Emilia-Romagna a partire dal 1994, anno che rappresenta un “punto di svolta” (vedi evento di  Corniglio) dopo un ventennio di relativa “pace” dal punto di vista della dinamica geomorfica. Le ragioni, probabilmente climatiche, di questa variabilità nel tempo dell’attività franosa è ancora un punto oscuro nella ricerca sull’argomento.

La riattivazione di queste grandi frane (per lo più grandi colate di terra originatesi nei primi millenni dopo la fine dell’ultima glaciazione e accresciutesi in volume nel periodo tra 6000 e 2000 anni fa) avviene spesso secondo fasi ricorrenti: l’inizio avviene per la discesa di una colata di terra dalla vecchia nicchia di distacco (la parte più ripida e instabile del versante), a cui fa seguito l’innesco di superfici di rottura listriche ed embriciate nel vecchio corpo di frana. Questo sistema di superfici di rottura si raccorda via via con la base dell’antica colata e “migra” col tempo verso valle attraverso un processo di “rottura progressiva”, sino a determinare lo scivolamento complessivo dell’intero corpo franoso.
Lavina di RoncovetroSolo raramente l’intreccio delle superfici di rottura raggiunge una tale densità da produrre una completa disaggregazione del corpo franoso e la formazione di una vera e propria “frana per colata”.   Tra le frane di grande volume (diverse decine di milioni di metri cubi) vengono descritti i casi di Corniglio (1994-2000), che si riattivò attraverso un meccanismo puramente di scivolamento traslativo, e quello di Cà Lita (2000-2006) che produsse una vera colata con avanzamento di 400 metri del piede nel corso di un singolo anno.

Questi grandi fenomeni franosi non possono essere studiati attraverso la normale modellazione matematica e i consueti metodi deterministici come le verifiche di stabilità all’equilibrio limite. La variabilità dei caratteri geomeccanici (nello spazio e nel tempo) e le incognite relative alla rottura progressiva rendono del tutto virtuale ogni tentativo di riprodurre mediante modelli semplici (black-box) lo stato delle forze in gioco all’interno del versante.

Si ritiene che lo strumento di gestione più opportuno di questi grandi corpi franosi  sia quindi una oculata programmazione territoriale, che limiti l’ampliarsi dell’urbanizzazione su di essi senza eccedere in una immotivata politica di restrizione. L’eccesso di vincoli, infatti, in molti casi potrebbe rappresentare un rischio maggiore (socialmente ed economicamente) di quanto le frane di per sé non costituiscano. Una tale strategia impone quindi di discretizzare tra le grandi frane conosciute in base alla loro reale pericolosità (assoluta), stimata con approccio sito-specifico sulla base di molteplici fattori che oggi in gran parte conosciamo e tecniche di cui disponiamo: ricorrenza storica, evidenze sul terreno, monitoraggio, tecniche di osservazione satellitare, etc..

Infine, nel caso dell’Emilia-Romagna e di situazioni analoghe, la definizione formale del rischio (Rischio = Esposizione x Pericolosità) andrebbe riconsiderata: spesso le frane che portano i maggiori “rischi” non sono quelle con la maggiore frequenza o probabilità di riattivazione, ma quelle con i più lunghi intervalli di quiescenza, che le rendono poco riconoscibili come reale fonte di rischio sia alla popolazione locale che alla classe dei “decisori” politici e tecnici.

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Pubblicato il 07/02/2012 — ultima modifica 26/02/2015
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