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Parchi, foreste e Natura 2000

Geomorfologia

Parco regionale Alto Appennino Modenese

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Le arenarie

Monte Rondinaio -Archivio Parco"Strada facendo ho veduto di qua e di là dal torrente strati spaventosi di pietre stratose... L'impasto loro, e di tutte le pietre sul Cimone, e attorno, é il medesimo: é una pietra arenaria micacea... un aggregato di grani quarzosi, piccioli, picciolissimi, grandicelli ed anche grossi, ma vari, legati insieme da un glutine che involge anche la mica...". Cosí Lazzaro Spallanzani nel 1789 descriveva gli scenari alpestri delle montagne modenesi, dominati da estesi affioramenti rocciosi di colore bruno-grigiastro, la cui regolare stratificazione si deve alla ritmica alternanza di arenarie e rocce argillose. Gli strati hanno avuto origine, fra 30 e 17 milioni circa di anni fa, dalla sedimentazione di materiali in gran parte sabbiosi deposti rapidamente su fondali marini profondi dalle correnti di torbida. Simili a valanghe di sedimenti misti ad acqua, queste correnti, mosse da terremoti, piene fluviali o frane sottomarine, raggiungevano i fondali abissali, dove depositavano il carico esaurendo progressivamente la loro energia. Il primo materiale abbandonato da una corrente di torbida é quello piú pesante: sabbie e ciottoli che in genere formano la parte inferiore dello strato; in un secondo tempo, per decantazione, si depositano i materiali piú fini e leggeri come silt e argilla. Per questo lo strato che ha origine da un evento torbiditico é spesso costituito da una coppia di rocce diverse: in questo caso arenaria e marna. Lo studio dei granuli che compongono le arenarie ha chiarito che provengono dall'erosione di rocce alpine: le sabbie sostarono per un certo periodo in ambienti di mare basso, ai margini degli antichi rilievi delle Alpi. Il ripetersi di migliaia di eventi torbiditici determinó l'accumulo di quasi 3000 m di sedimenti nell'avanfossa appenninica, il profondo bacino che si allungava davanti alla catena in formazione.

Argille, argilliti e marne

Nelle alte valli modenesi la continuità degli affioramenti arenacei é interrotta da rocce argillose di colore grigio scuro, ma a volte anche rosso o verdastro, la cui maggiore erodibilità ha determinato il modellarsi di versanti piú dolci. Si tratta di rocce sedimentarie formate da particelle argillose che solitamente si posano su fondali marini abissali. Il loro aspetto eterogeneo e sconvolto, dove a volte si riconoscono frammenti piú chiari (in prevalenza calcarei), é spiegabile con le deformazioni subite dopo la sedimentazione nel corso dei fenomeni orogenetici. I materiali argillosi, a seconda del grado crescente di litificazione, prendono il nome di argille o argilliti; le marne sono invece rocce a composizione mista, argillosa e calcarea. La colorazione varia e spesso vivace delle rocce é dovuta alla presenza, anche in percentuale bassissima, di pigmenti: ossidi di ferro (da rosso vivo a giallo) e di manganese (nero-blu iridescente). Nel parco queste rocce appartengono a diverse formazioni e unità e spesso il nome indica il luogo tipico dove affiorano: Formazione di Pievepelago (in prevalenza marne), Argilliti di Fiumalbo (di colore rosso e verdastro), Marne di Marmoreto (scure, con abbondanti frammenti rocciosi).

Le morfologie glaciali

Crinale-Giovo-Rondinaio innevato - Archivio ParcoIl lungo tratto di crinale compreso nel parco conserva numerosissime testimonianze dei ghiacciai che durante il Würm (tra 75000 e 10000 anni fa) si svilupparono nelle alte valli appenniniche. Sotto le cime sono frequenti i circhi glaciali: alcuni, come quelli tra il Passo delle Radici e le Cime di Romecchio, sono stati molto addolciti dai successivi processi erosivi. Tra gli esempi piú belli di tutto l'Appennino sono, invece, quelli dei versanti del gruppo Monte Giovo-Monte Rondinaio; sul fondo delle conche sono custoditi limpidi laghi, come il Lago Santo e il Baccio, e tra Rondinaio e Foce Giovo, gli affascinanti laghetti Torbido e Turchino. Anche il Monte Lagoni, il Cimone e le cime tra Libro Aperto e Monte Cupolino verso nord si affacciano su morfologie glaciali. In piú punti sono chiaramente riconoscibili le morene, cioé i depositi di detriti trasportati dalle masse glaciali, che hanno creato cordoni e dossi. Evidenti depositi morenici si trovano nella zona dei Lagacci di Montalbano e della Porticciola, dove le frequenti contropendenze favoriscono la formazione di pozze temporanee. Bellissima é l'ampia valle dell'Ospitale, dove tra Capanna Tassone e il paese si estende una vasta coltre di detriti.

Orografia delle montagne modenesi

 

foto:lago Santo - Archivio ParcoL'ossatura geologica dell'Appennino modenese determina un particolare assetto orografico: in corrispondenza dell'Abetone, per cause strutturali legate all'abbassamento dei settori toscani, il crinale principale scende notevolmente di quota assumendo per 12 chilometri un andamento trasversale e riacquistando la direzioni tipica solo a est di Libro Aperto; per queste stesse dinamiche distensive la cima piú elevata, il Cimone, si trova in posizione avanzata rispetto al crinale. Un'altra peculiarità di questo settore dell'Appennino é il cosiddetto "sdoppiamento delle creste", un fenomeno che si ritiene causato da movimenti franosi, lungo strati argillosi o fratture, che hanno suddiviso la dorsale originaria in due creste parallele. Se il movimento ha coinvolto porzioni rocciose limitate, come si puó osservare di frequente, lo sdoppiamento ha creato piccole conche allungate sotto i crinali. Se la porzione rocciosa era, invece, di grandi dimensioni, ad esempio un intero versante, si sono formate ampie e profonde fosse: nei piú caratteristici sdoppiamenti di cresta del modenese sono custoditi i singolari laghi di crinale Scaffaiolo e Pratignano.

I laghi: archivi di storia naturale

 

foto: cascate del Doccione: compiono una suggestiva serie di saltiche in inverno creano spettacolari sculture di ghiaccio - Archivio ParcoIl manto vegetale che oggi riveste la montagna modenese ha subito nel corso dei millenni lente e complesse trasformazioni, dovute in primo luogo ai cambiamenti del clima. Esistono, peró, luoghi che ne hanno conservato memoria e possono aiutare gli studiosi a ricostruire l'evoluzione del paesaggio vegetale di questo tratto di Appennino. Queste preziose fonti sono soprattutto i laghi di origine piú antica, evoluti in torbiere, e le depressioni ricolme di detriti alluvionali che oggi hanno l'aspetto di conche verdeggianti. Da sempre, infatti, su torbe e sedimenti lacustri si depositano i pollini e le spore delle piante che vivono nelle vicinanze e le particolari condizioni di acidità, umidità e assenza di ossigeno ne rallentano la decomposizione. Questi veri e propri "archivi naturali" oggi vengono consultati mediante sofisticate tecniche di trivellazione, prelievo e analisi, arrivando all'elaborazione di diagrammi pollinici che consentono la ricostruzione degli antichi paesaggi vegetali. Nel parco gli studi palinologici effettuati ai laghi Pratignano e Baccio e a Pian Cavallaro hanno rivelato che, nel periodo successivo all'ultima glaciazione, i versanti oggi occupati dal faggio, durante le varie oscillazioni climatiche ospitarono pini, abeti bianchi, abeti rossi e querce. Assumono, perció, estrema importanza le attuali presenze spontanee di abete rosso, ultimi relitti di una specie sicuramente piú diffusa in passato.

 Approfondimenti

Le arenarie del crinale tosco-emiliano
Nelle descrizioni geologiche, fino a qualche anno fa, le arenarie del crinale tosco-emiliano venivano indicate come Formazione del Macigno. A partire dagli anni '60, peró, studi stratigrafici di maggiore dettaglio hanno sottolineato importanti differenze cronologiche e sedimentologiche all'interno di queste arenarie, suggerendo la definizione di nuove formazioni geologiche (anche se sussistono ancora interpretazioni discordi tra gli studiosi). Al termine Macigno, nome rimasto in uso per le arenarie piú antiche, sono stati cosí affiancati i termini Arenarie del Monte Modino e Arenarie del Monte Cervarola. Per la stratigrafia ufficiale le due montagne modenesi sono un riferimento importante e costituiscono i luoghi tipici dove gli strati delle due formazioni sono meglio esposti e osservabili; i loro nomi ricorrono spesso nelle descrizioni geologiche di tutto l'Appennino emiliano. Nel parco il Macigno affiora in molti tratti del crinale con banconate di grande spessore; alla Formazione del Monte Modino appartengono il monte omonimo e il Cimone; la Formazione del Monte Cervarola affiora, invece, nel settore orientale del Parco, tra Fanano e Ospitale e lungo la dorsale dei Monti della Riva.

 
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Pubblicato il 28/05/2012 — ultima modifica 28/05/2012
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