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Parchi, foreste e Natura 2000

Biodiversità in pianura: analisi e proposte di tutela - prima parte

Regione Emilia-Romagna, Servizio Paesaggio, Parchi e Patrimonio naturale, Ufficio Patrimonio naturale
Convegno "Le aree di riequilibrio ecologico: riqualificazione ambientale e tutela della biodiversità nella pianura", Bologna, 3 febbraio 1997 

Introduzione

Non interessa in questa sede una definizione generale di diversità biologica o "biodiversità"; tale definizione può essere rinvenuta altrove. Interessa invece affrontare l'argomento nei suoi termini pratici e soprattutto nelle sue conseguenze per delineare criteri e metodi per conservarla attivamente. L'obiettivo della conservazione della diversità biologica infatti può diventare un campo d'azione che si articola su diversi fronti e linee; può mettere in rete diverse risorse scientifiche, culturali, finanziarie; può orientare l'ideazione e la realizzazione di progetti di iniziativa pubblica o mista o privata. Prima di illustrare alcuni casi vorrei premettere alcuni princ¿pi, tutti ovvii e banali, ma tutti egualmente dimenticati o sottovalutati nei comportamenti concreti.

  1. L'estinzione è per sempre; una specie scomparsa è una perdita irreversibile per tutti. Lavorare per impedire l'estinzione è un dovere morale, prima che politico o tecnico o utilitaristico. Le cause attuali dell'estinzione di massa o della rarefazione sono praticamente sempre di origine umana; in ordine di importanza sono: distruzione o frammentazione degli habitat, prelievo distruttivo, immissione di competitori invasivi estranei.
  2. La base di partenza per programmi di conservazione attiva è laconoscenza; la diversità biologica è un "oggetto complesso" che per sua stessa natura è composto da "oggetti semplici e diversi"; la capacità di cogliere la diversità è risultato di un atteggiamento mentale "di ascolto". Conoscere significa orientare l'azione, renderla efficace ed efficiente; imparare per evitare errori.
  3. Ogni territorio possiede un suo patrimonio di diversità; la regola aurea è di non danneggiarla, né con la scomparsa o l'impoverimento di specie o di cenosi, né immettendo volontariamente organismi vegetali o animali estranei, né infine introducendo fattori di minaccia (a breve, medio o lungo periodo). Nei casi dubbi, adottare criteri di cautela: meglio una specie "giusta" in meno che una specie "sbagliata" in più.
  4. Osservare con attenzione prima di intervenire; a volte specie rare trovano - imprevedibilmente - le loro condizioni di vita in edifici o habitat di origine umana (vecchi muri ombrosi, solai, pozzi).
  5. La biodiversità va protetta dove è e non dove vorremmo che fosse. La conservazione ex-situ è solo la possibilità estrema, quando tutto ciò che si poteva tentare è stato esperito invano.
  6. I maggiori livelli di biodiversità si concentrano in situazione dinamiche e lungo le interfaccia tra habitat diversi; un ecosistema stabile è generalmente meno ricco di un ecosistema in trasformazione; per conservare la biodiversità può essere necessario conservare l'instabilità.
  7. Ognuno tra gli esseri viventi e dei loro modi di associarsimerita lo stesso rispetto. Non esistono forme "nobili" e forme "meno nobili". Una prateria umida o mesica o arida, una bassura fangosa o sabbiosa temporaneamente umida, una formazione a specie annuali "effimere" dal punto di vista della diversità sono importanti in egual misura anche in confronto a cenosi più apprezzate come ad es. i boschi, le siepi o le zone umide.
  8. Non necessariamente un progetto di restauro o di costruzione ex-novo di ambienti deve contenere tutta la diversità possibile; le diverse specie hanno diverse esigenze autoecologiche e sinecologiche; le formazioni arboree o arbustive spontanee o "naturali" sono formate da poche specie.
  9. Nelle ipotesi progettuali e nell'esecuzione tenere presenti obiettivi chiari e dichiarati; non genericamente dedicati ad "aumentare o proteggere la diversità"; gli obiettivi sono costruiti mettendo a punto "standards" (cioé livelli di qualità perseguiti) e individuando specie, cenosi o habitat "target". Senza questi requisiti diviene molto problematico il monitoraggio, inteso anche come misurazione dell'efficacia-efficienza dei risultati.
  10. Alcune specie o alcuni habitat sono protetti dalle normative vigenti ai diversi livelli o sono in liste rosse locali o regionali o nazionali. Possono essere utili come "targets", anche per accedere a finanziamenti comunitari "LIFE" o simili.
  11. Ogni azione intrapresa va proiettata nel medio e nel lungo periodo; i sistemi viventi sono dinamici e tendono spontaneamente a trasformarsi; prevedere azioni di manutenzione e di gestione in grado di orientare la dinamica spontanea.
  12. Alcuni interventi possono rendere necessarie diverse fasi. Un esempio: la ricostruzione di una siepe avviene dapprima con l'impianto delle specie legnose e poi delle specie erbacee di ambienti forestali luminosi, scelte tra quelle spontaneamente presenti nel territorio circostante. Un altro esempio: creare situazioni favorevoli per un Lepidottero minacciato o scomparso significa creare le condizioni ecologiche favorevoli alla pianta nutrice.
  13. Guardare la realtà con occhi laici e disincantati; non essere prigionieri dei propri progetti. La dinamica spontanea può generare effetti imprevisti ma non indesiderabili o "negativi". Essere disponibili a riorientare motivatamente i progetti.

Gli esempi che seguono, casi concreti di individuazione di habitat o specie minacciati o scomparsi, sono da intendere anche come possibili "indicatori di obiettivi" o di "standard" in progetti di restauro, riqualificazione o ricostruzione ambientale relativamente all'ambito geografico cui su riferiscono.

Un caso concreto: la flora igrofila e idrofila della pianura emiliana; possibili obiettivi alla progettazione

Gli ambienti umidi sono l'insieme ecologico che ha sub¿to il maggior deterioramento, sia quantitativo che qualitativo. Questo è vero soprattutto per la pianura padana, dove un tempo l'acqua era uno dei fattori più diffusi che sosteneva una grande diversità ambientale e biologica.

L'impoverimento degli habitat acquatici e umidi è una delle cause che più severamente ha influito sulla scomparsa o sulla forte rarefazione delle specie vegetali (Filipello, 1981; Ferrari et Al., 1993; Corbetta et Al., 1981); il recente Libro rosso delle piante d'Italia (Conti et Al., 1992) mette in evidenza che gran parte delle specie estinte o minacciate sono idrofite o igrofite.

Lo stesso è avvenuto anche in altre situazioni geografiche per le quali sono disponibili approfondite e documentate conoscenze sull'argomento (es.: Lawalrée, 1971; Sukopp, 1974; Westhoff, 1971; Lucas e Walters, 1976).

La trasformazione della pianura padana ha colpito più pesantemente le situazioni di passaggio tra gli ambienti terrestri e quelli acquatici. La semplificazione della morfologia ha infatti fortemente ridotto l'estensione delle praterie umide, delle aree temporaneamente inondate, delle lanche e in generale degli ambienti laterali ai corsi dei fiumi.

E' da premettere, come verrà meglio illustrato, che la stragrande maggioranza della diversità biologica (e quindi floristica) degli ambienti umidi dipende proprio da questi habitat che a loro volta possono esprimersi grazie alla presenza di gradienti morfologici con profilo naturale.

L'azione semplificatrice prosegue ancor oggi; sono infatti piuttosto recenti, ad esempio, episodi di interramento di lanche lungo il Po per ampliare la superficie dei pioppeti industriali; ciò nonostante la complessiva protezione (spesso però solo formale) riconosciuta agli habitat fluviali sia a livello legislativo che pianificatorio.

Molto grave anche la scomparsa o la degradazione fisica e chimica di microhabitat di origine umana ma non per questo meno importanti: i maceri (Gerdol et Al., 1979) e i fossetti di scolo; questi ultimi quasi scomparsi in vaste estensioni a causa della realizzazione di programmi di drenaggi sotterranei.

Né si deve pensare, con un atteggiamento giustificatorio, che il ricreare ambienti umidi sia la soluzione che, quasi in modo passivo e automatico, risolva il problema o ne mitighi i danni.

Gli ambienti umidi artificiali, infatti, sono colonizzati spontaneamente dalle specie che più facilmente hanno la capacità di diffondersi, attraverso il vento o l'azione della fauna, soprattutto ornitica.

Pur mancando studi quantitativi sulla ricolonizzazione di habitat umidi, è evidente che tra le specie che per prime occupano i terreni disponibili prevalgono quelle i cui semi sono veicolati dal vento come ad esempio, tra gli alberi, i Salix e i Populus o tra le erbe, le Typha o Phragmites australis.

Se, come spesso avviene per gli specchi d'acqua originati dall'attività estrattiva, il corpo idrico è isolato dalla rete circostante, è quasi impossibile che giungano piante la cui diffusione avviene per trasporto via acqua; ciò vale ad esempio per molte piante di ripa (tutte le Càrici), per le piante d'acqua radicate al fondo come Nymphaea alba e Nuphar luteum (rizofite) o per quelle completamente galleggianti (pleustofite).

In altri termini, la cosiddetta "rinaturalizzazione" è un'azione che richiede forti e precise conoscenze sul patrimonio di diversità biologica sia reale che potenziale del territorio in cui ci si trova; richiede anche attente capacità progettuali e gestionali, basate non tanto su un approccio estetico e quantitativo, ma piuttosto sulla conoscenza:

  • del patrimonio floristico nativo originario, con riferimento particolare alle specie più fragili e meno competitive (con un approfondimento sulle specie scomparse);
  • della biologia delle diverse specie (es. tipo di disseminazione, efficienza riproduttiva);
  • sulle necessità ecologiche di ciascuna;
  • sulla dinamica delle popolazioni,
  • sulla capacità competitiva nella occupazione del territorio (es.: meccanismi ed efficienza nella diffusione per via vegetativa).

In questa direzione sono preziose le informazioni che possono essere ricavate dagli ultimi lembi relitti, vere e proprie "banche informative e genetiche di memoria biologica", che fortunosamente sono sopravvissuti, in Italia, ma soprattutto nell'Europa media e orientale.

Sono anche estremamente utili le notizie depositate nella bibliografia, sia generale che speciale, cioé relativa a singoli gruppi tassonomici o alla diversità floristica dei diversi territori.

La ricerca che viene presentata, per ora nella fase embrionale, consente di stimare le perdite registrate nella diversità floristica della pianura emiliana in seguito alla scomparsa o alla forte riduzione degli ambienti umidi.

Sono oggetto dell'analisi le specie vegetali registrate per l'Emilia-Romagna (in base a Pignatti, 1982, aggiornato da Alessandrini, ined.); secondo queste fonti sono conosciute storicamente per il territorio regionale poco più di 340 specie vegetali legate ad habitat umidi, quasi il 15% dell'intero patrimonio floristico regionale, che è formato da circa 2500 specie diverse.

Questo sottoinsieme della flora è stato individuato utilizzando:

  1. Le indicazioni ecologiche registrate nella Flora d'Italia (Pignatti, cit.) per ciascuna specie;
  2. Gli indici ecologici secondo Landolt (1977), selezionando le specie con elevato indice di umidità (Feuchtezahl 4 o 5); cfr. anche Alessandrini e Ferrari, 1983);
  3. I caratteri fitosociologici (Oberdorfer, 1990);
  4. I diagrammi autoecologici in Rameau et Al. (1989 e 1993).

Nella tabella I sono state presentati i dati di presenza delle specie aggregati secondo le tipologie fisionomiche di habitat utilizzate nella Flora d'Italia; i dati si riferiscono all'intera flora regionale.

Tab. I. Presenza di specie vegetali della flora regionale nei diversi tipi di habitat umidi

HabitatN. specie
Acque calme, stagnanti 82
Acque correnti 15
Alvei 19
Ambienti umidi 106
Canneti 5
Fanghi e sabbie temporaneamente umidi 58
Molinieti 7
Paludi 128
Pozzine 8
Prati torbosi 34
Prati umidi 116
Risaie 27
Sponde, rive di fossi 170


Di particolare interesse ai fini di questo lavoro è la categoria di piante legate agli habitat fangosi e sabbiosi, che nella stragrande maggioranza dei casi rispetto alla situazione degli ambienti umidi dell'Emilia-Romagna, è costituita da specie che rientrano in uno degli status conservazionistici previsti dalla classificazione UICN (Lucas & Synge, 1978)

In particolare, molte delle specie verosimilmente estinte per la regione, o per le quali mancano segnalazioni recenti di conferma, sono legate a questo particolare gruppo di habitat, fortemente minacciato in tutto il territorio dell'Unione Europea; si tratta delle formazioni a C¿peri nani (Nanocyperion), elencate nell'Allegato I della Direttiva "Habitat".

Questa conclusione non meraviglia; infatti come accennato nelle premesse, uno degli effetti delle bonifiche e della riduzione degli habitat fluviali è stato proprio quello di eliminare quasi totalmente gli ambienti di passaggio tra ecosistemi terrestri ed ecosistemi acquatici.

Nella tabella II sono elencate le specie della flora regionale di ambienti umidi registrate nel Libro rosso delle piante d'Italia e altre specie minacciate o probabilmente estinte nella Pianura padana emiliana.

Tab. II. Le specie di ambienti umidi della flora dell'Emilia-Romagna registrate nel "Libro rosso" e altre specie estinte o minacciate.

SpecieStatus in ItaliaStatus in Emilia-Romagna; note
Aldrovanda vesiculosa Minacciata Estinta?
Allium angulosum Vulnerabile Minacciata
Allium suaveolens Vulnerabile Minacciata; accertata solo nei prati umidi lungo la costa (Piccoli & Merloni, 1989)
Baldellia ranunculoides   Estinta nella pianura continentale
Caldesia parnassifolia Minacciata Minacciata; solo lungo la costa
Carex bohemica Estinta Estinta
Carex stenophylla Vulnerabile ?
Cirsium canum Vulnerabile Estinta (Bertolani Marchetti, 1960)
Elatine alsinastrum   Estinta?
Eleocharis multicaulis Minacciata Estinta?
Euphorbia lucida Vulnerabile Minacciata (presente solo nel Ferrarese, Debolini & Ricceri e nel Modenese, Del Prete at Al.)
Hippuris vulgaris Vulnerabile Minacciata
Hottonia palustris Vulnerabile Minacciata; presente in 3 località
Hydrocotile vulgaris   Minacciata; da confermare nella pianura continentale
Juncus subnodulosus   Estinto nella Pianura padana? Presente solo lungo la costa
Kosteletzkya pentacarpos Minacciata Minacciata; presente solo nel Ferrarese (Piccoli et Al., 1992)
Lathyrus palustris   Estinta?
Limosella aquatica   Minacciata
Lindernia procumbens Vulnerabile Estinta?
Ludwigia palustris Minacciata Estinta?
Lythrum portula Estinta Estinta
Lythrum thesioides Estinta Estinta
Lythrum tribracteatum Estinta Estinta
Marsilea quadrifolia Vulnerabile Minacciata
Myosurus minimus   Estinta?
Nardurus halleri   Estinta?
Orchis palustris Vulnerabile Minacciata
Ranunculus auricomus (incl. R. mutinensis)   Estinta?
Ranunculus lingua   Estinta?
Sagittaria sagittifolia Minacciata Minacciata
Salvinia natans Vulnerabile Minacciata
Senecio paludosus Minacciata Minacciata
Sium latifolium   MInacciata
Sonchus palustris Minacciata Minacciata
Sparganium minimum Rara Rara (oggi presente solo nella fascia montana)
Spiranthes aestivalis Minacciata Estinta (Alessandrini e Bonafede, 1996)
Stratiotes aloides   Estinta?
Trapa natans Vulnerabile Vulnerabile
Typha laxmannii Rara Rara
Utricularia australis Minacciata Estinta?
Viola elatior   Estinta?
Viola pumila   Minacciata (uniche stazioni certe in Italia)

 

 

Un approfondimento sulla pianura modenese

Su richiesta della Provincia di Modena (Settore difesa del Suolo e tutela Ambiente) è stato messo a punto (Alessandrini e Manzini, in stampa) un metodo che consente rapidamente di individuare specie "critiche" per un determinato territorio. I pre-requisiti sono: una adeguata e completa conoscenza della bibliografia e la conoscenza del territorio. Il primo passo è consistito nella schedatura analitica delle conoscenze che registrano le presenze floristiche nella pianura; la bibliografia storica (v. paragrafo "Bibliografia") è fortunatamente molto ricca, grazie all'intenso lavoro svolto dall'Istituto Botanico di Modena, ed è stata esaminata con grande attenzione. Dopo aver uniformato la nomenclatura a quella di Pignatti (1982), è stata costruita una matrice nella quale ciascuna riga rappresenta una entità floristica e ciascuna colonna una località. Dall'analisi della bibliografia storica risulta che nella fascia di pianura erano presenti ben 734 specie, registrate in 65 località. Per ciascuna specie si è stabilito, in base all'esame comparato delle diverse fonti, se fosse distribuita nel Modenese in modo ampio o se fosse conosciuta esclusivamente per la pianura; sono state cos¿ individuate 154 specie che costituiscono il pool più fragile e minacciato. Questo elenco è stato ulteriormente selezionato, eliminando le specie conosciute anche nella fascia collinare per le province vicine. Con l'analisi della distribuzione delle specie esclusive di pianura sono state individuate le specie più rare, cioè quelle presenti in poche o in una sola località. La Tab. 1 illustra sinteticamente i risultati: 51 specie erano segnalate in una sola località; 54 in due località, ecc.; le località con i maggiori addensamenti di specie esclusive di pianura sono elencate in Tab. I.

Tab. I. Numero di specie esclusive di Pianura nel Modenese

e Numero di località di presenza

N. di specie esclusiveNumero di località di presenza
51 1
54 2
26 3
8 4
6 5
3 >5

 

La maggior parte delle specie conosciute esclusivamente in pianura tende ad essere rara o addirittura presente in una sola località. Sono state poi esaminate le diverse località, in modo da individuare quelle nelle quali erano registrati i maggiori addensamenti di specie esclusive.

Tab. II. Località in cui sono registrati i maggiori addensamenti di flora esclusiva della pianura.

LocalitàN. specie esclusiveTotale specie
Fontanazzi (in generale) 37 167
Valli di Sant'Anna 26 74
Bosco della Saliceta 20 89
Castelfranco (Forte di) 19 53
Valli di Novi 18 40
Villa Albareto 14 42
Nonantola, dintorni 13 22
Villa San Faustino 12 42
Villa Cognento 12 49
Casinalbo 12 63
Bosco di Nonantola 11 26

 

In Tab. II sono elencate alcune località, individuabili con precisione, che sono state fortemente alterate e che ospitavano più di 10 specie esclusive di pianura.

E' evidente che la totale scomparsa o la radicale trasformazione dei siti elencati nella stessa Tab. II ha prodotto la scomparsa delle specie vegetali presenti legate agli habitat originari; si tratta per massima parte di: risorgive (Fontanazzi di San Faustino, Villa Albareto, della Madonnina), boschi planiziari di vario tipo (querceti: Bosco di Nonantola; formazioni forestali igrofile: Bosco di San Felice o della Saliceta), prati umidi (in particolare quelli circostanti il Forte di Castelfranco), zone umide e paludi (Valli di Novi, Valli di Sant'Anna, ecc.).

L'elenco delle specie esclusive è stato poi sottoposto ad attenta verifica, sia da parte degli autori del presente lavoro che di esperti conoscitori della flora (in particolare L. Delfini e F. Fiandri), in modo da individuare le specie non conosciute attualmente nel Modenese; questo elenco selezionato è stato ulteriormente epurato, eliminando le specie conosciute e confermate di recente nella pianura delle province vicine (Reggiano e Bolognese) in quanto probabilmente presenti anche nel Modenese ma non ancora rinvenute.

 

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Pubblicato il 29/05/2012 — ultima modifica 29/05/2012
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