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Parchi, foreste e Natura 2000

I programmi regionali di intervento: stato di attuazione e proposte di gestione - prima parte

Regione Emilia-Romagna, Servizio Paesaggio, Parchi e Patrimonio naturale, Ufficio Patrimonio naturale. Convegno "Le aree di riequilibrio ecologico: riqualificazione ambientale e tutela della biodiversità nella pianura", Bologna, 3 febbraio 1997

Premessa

Vorrei innanzitutto riportarvi integralmente la definizione che la L. R. n. 11/1988, all'art. 2, dà delle Aree di riequilibrio ecologico.

Pertanto "sono aree di riequilibrio ecologico le aree naturali od in corso di naturalizzazione, di limitata estensione, inserite in ambiti territoriali caratterizzati da intense attività antropiche che, per la funzione di ambienti di vita e rifugio per specie vegetali ed animali, sono organizzate in modo da garantirne la conservazione, il restauro, la ricostituzione".

Il nostro pensiero correva allora, quando abbiamo steso la prima bozza di articolato riguardante le Aree di riequilibrio ecologico, al territorio della pianura e alle scarse possibilità, se si fa eccezione dell'area del Delta del Po, di istituirvi delle aree protette, data la estrema povertà e frammentarietà del patrimonio naturale sopravvissuto alle attività dell'uomo.

Tuttavia si intravedeva una estrema possibilità che, partendo dai piccoli lembi di naturalità rimasti, perché marginali alle attività produttive o perché abbandonati dalle stesse, e dalle potenzialità del reticolo idrografico (sia quello costituito dai fiumi che quello "minore" costituito dai canali e dai fossati) fosse possibile, attraverso adeguate azioni di tutela e di ripristino, fermare la gravissima erosione dello straordinario patrimonio naturale, un tempo costituente la nostra pianura, e potere, seppur parzialmente, ricostituirlo.

Proprio nell'anno dell'approvazione della L. R. n. 11, adempiendo ad una precisa indicazione del Programma regionale di sviluppo, abbiamo messo in piedi il primo programma di interventi dal titolo "Aree boscate di pianura" con il quale sono state realizzate 17 iniziative alcune veramente significative quali la "Bora" di S. Giovanni in Persiceto, il podere Pantaleone di Bagnacavallo, il bosco dei Pantari a Gattatico.

Tale programma, propedeutico a quello successivo del 1992, più corposo e mirato, è servito anche a sperimentare tecniche fino a quel momento poco usuali per la pianura, quali il rimboschimento, la piantumazione di siepi, la creazione di zone umide, ma soprattutto è stato un importante strumento di indirizzo e di sostegno finanziario per numerosi Comuni che avevano spontaneamente individuato delle aree del loro territorio su cui realizzare interventi, più o meno definiti, di riqualificazione.

Col programma per la costituzione di Aree di riequilibrio ecologico approvato dal Consiglio regionale il 16 dicembre 1992, è stata meglio definita la filosofia e la caratterizzazione degli interventi, attraverso una più puntuale individuazione delle tipologie e delle aree prioritarie di intervento, ma soprattutto ancorando le proposte avanzate dai Comuni, fino a quel momento sostanzialmente casuali, a precise e incontrovertibili scelte programmatiche supportate dai propri strumenti urbanistici o da loro specifiche varianti.

Su questo punto, più prettamente materia urbanistica, lascio volentieri spazio ad altri interventi più qualificati anche se si avverte la necessità, soprattutto per quelle iniziative già realizzate, di precisare meglio, pur con la necessaria flessibilità, la strumentazione di individuazione e gestione delle aree di riequilibrio ecologico definita dalla legge.

Si tratta di capire bene, al di là di quel che dice o non dice la legge, quale valenza locale, infraregionale e regionale vogliamo attribuire alle Aree di riequilibrio ecologico sia in funzione di una riqualificazione ambientale complessiva del territorio di pianura, che di tutela e conservazione di microambienti significativi o di singole specie rare o in via di estinzione che infine dello svolgimento di importanti iniziative didattiche ed educative nel campo delle scienze naturali.

Si tratta altresì di definire i compiti programmatici e di intervento in capo ai vari soggetti (i Comuni innanzitutto, ma anche le Province e la Regione) e il sostegno finanziario alle iniziative garantito anche attraverso opportuni accordi di programma o convenzione tra gli stessi enti.

Va comunque chiarito a priori che le "Aree di riequilibrio ecologico" non sono una nuova categoria di area protetta e che la gestione delle stesse va affrontata con notevole flessibilità e in modo leggero.

Esse sono aree ove vengono favoriti, accelerati e salvaguardati i processi di rinaturalizzazione già in corso.

Non vanno altresì confuse con altre iniziative, già da alcuni anni in corso, legate a regolamenti comunitari in campo agricolo (mi riferisco agli ormai noti Regolamenti dell'UE n. 1760/1987, 2078 e 2080/1992), rivolte principalmente al contenimento di alcune produzioni, seminativi in primo luogo, e alla mitigazione ambientale delle coltivazioni con le quali, semmai, si può registrare qualche convergenza negli obiettivi immediati, ma tenendo ben presente il carattere di temporaneità di queste (oltre che di specificità applicativa appunto alle aziende agricole) rispetto agli obiettivi di durata nel lungo periodo e di significatività dell'azione di tutela del patrimonio naturale delle Are.

Le Province hanno poi attuato e stanno attuando sulla base della normativa e delle provvidenze messe a disposizione dalla legislazione regionale di recepimento della L. n. 157/1992 "Norme per la protezione della fauna omeoterma e per il prelievo venatorio", progetti mirati alla conservazione di zone di rifugio per la fauna (mi riferisco ad esempio ai programmi per la costituzione di "Aree rifugio" e di "rinaturazione dei maceri" realizzati dalla Provincia di Bologna o a quello in corso della Provincia di Forlì-Cesena per il ripristino di siepi e boschetti).

 

I programmi effettuati

Finora sono stati realizzati, sulla base di specifici programmi regionali, una cinquantina di interventi per la costituzione di Aree di riequilibrio ecologico per un ammontare complessivo di L. 4 miliardi e 700 milioni di cui 2 miliardi e 865 milioni a carico della Regione e 1 miliardo e 835 milioni a carico dei Comuni e, in qualche caso, di privati.

Gli obiettivi dichiarati di tali programmi sono la protezione, il restauro, la costruzione e/o ricostruzione totale o parziale di componenti ambientali rappresentativi di una significativa diversità biologica.

Allargando un po' lo sguardo tali obiettivi si possono riscontrare ad esempio nella direttiva UE 92/43 relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali, della flora e della fauna selvatiche.

Per le ARE di maggior dimensione agli obiettivi suddetti sono state associate anche finalità didattiche, di ricerca e monitoraggio dello stato evolutivo delle aree stesse da conseguirsi anche attraverso la organizzazione di percorsi protetti, punti di osservazione e piccoli centri di documentazione.

Gli interventi realizzati sono in massima parte un insieme di tipologie tendenti a ricreare, seppure su piccola scala, la maggior diversificazione di ambienti possibile.

Di sovente tali interventi sono stati preceduti da opere di bonifica quali la rimozione di rifiuti o il rimodellamento della morfologia sconvolta.

Le tipologie di intervento maggiormente rappresentate sono le seguenti:

- piantumazioni e rimboschimenti;

- ricostituzione o rinfoltimento di siepi anche alberate;
- la creazione di zone umide;
- la costituzione e il mantenimento di prati aridi e umidi.

In alcuni casi sono stati condotti, mi pare con successo sia dal punto di vista biologico ed ecologico che da quello del miglioramento della funzionalità idraulica, veri e propri interventi di modifica e di rimodellamento di tratti di canale. Mi riferisco ad esempio agli interessanti interventi sul Collettore Acque Alte, lo Scolo Romita e lo Scolo Cavamento nei comuni di Crevalcore e S. Giovanni in Persiceto ove su alcuni tratti si è proceduto a sinuosizzare il percorso, ad aumentare la scabrosità del fondo e delle sponde e a ricavare piccoli invasi laterali ai corsi stessi.

Mi pare che accanto ad un indubbio miglioramento della qualità delle acque ed all'arricchimento delle presenze nelle comunità vegetali ed animali si sia conseguito anche una maggiore capacità di invaso e quindi un beneficio dal punto di vista dell'efficienza idraulica.

Purtroppo questi interventi sono ancora molto isolati e sporadici, mentre la situazione di precarietà ecologica e la vera e propria emergenza idraulica che si è manifestata in modo clamoroso con le recenti inondazioni della bassa pianura indurrebbero a togliere gli indugi e a moltiplicare gli sforzi in tal senso.(Il convegno di oggi spero non mancherà di apportare una riflessione approfondita su questo argomento e anche indicazioni programmatiche di intervento).

Fra le difficoltà incontrate nella realizzazione delle Aree di riequilibrio ecologico si possono annoverare le seguenti:

- una dilatazione, a volte veramente fuori del normale, dei tempi per avere da parte dei Comuni interessati la concessione dei terreni demaniali per la realizzazione degli interventi. Questo tema è stato anche di recente dibattuto in occasione del convegno sui parchi fluviali organizzato dal Parco fluviale dello Stirone.

Ne è emerso un impegno anche da parte del competente compartimento regionale del Ministero delle Finanze a voler applicare con maggior celerità quello che peraltro già stabilisce la L. n. 37/1994 vale a dire il diritto di prelazione sulla disponibilità di tali aree da parte degli enti pubblici che presentino progetti di recupero e tutela ambientale e a prospettare il pagamento di un canone simbolico.

- per quanto riguarda la realizzazione degli interventi una delle difficoltà incontrate è stato il reperimento di materiale vegetale riferentesi agli ecotipi locali delle specie arboree ed arbustive.

L'argomento meriterebbe una meditata riflessione, sia per l'importanza che si accomuna negli interventi di riforestazione naturalistica all'impiego delle giuste specie per le varie zone fitoclimatiche e, nell'ambito di queste, l'uso di piante recuperate e propagate in loco, sia perché su tale settore vi è un certo ritardo delle strutture pubbliche nell'indicare chiari indirizzi sul materiale da impiegare e sulla sua certificazione e di conseguenza degli operatori privati nell'adeguarsi a questo tipo di produzione.

Nel nuovo programma regionale di interventi di cui mi accingo a parlare è allegata una tabella (Tab. 1) contenente l'elenco standard delle specie legnose da impiegarsi nei progetti di Aree di riequilibrio ecologico e di rinaturalizzazione nella pianura continentale.

L'elenco, approvato dal Comitato consultivo regionale per l'ambiente naturale, vuole fortemente orientare le future piantumazioni a criteri strettamente ecologici cercando, tramite la domanda, di stimolare anche l'offerta del materiale giusto.

 

Il nuovo programma

Nei prossimi giorni sarà sottoposto all'approvazione del Consiglio regionale un nuovo programma di interventi per le Aree di riequilibrio ecologico.

Gli obiettivi del programma sono:

a) il consolidamento delle ARE già individuate negli strumenti urbanistici comunali inteso sia come completamento di interventi avviati coi precedenti programmi regionali che come attuazione di progetti su ARE già autonomamente individuate dai Comuni, ma non oggetto, finora di finanziamenti regionali;

b) la realizzazione di nuove ARE su ambiti già caratterizzati dalla presenza di elementi naturali o in corso di naturalizzazione, o di collegamento fra i precedenti.

L'ambito territoriale di riferimento per l'ammissibilità dei progetti sono le Aree di pianura riportate dallo schema strutturale del PTR.

Le aree oggetto di intervento devono essere pubbliche o di disponibilità pubblica.

Le azioni di intervento ammesse sono:

- creazione e manutenzione di zone umide anche stagionali, prati aridi ed umidi, biotopi boscati o arbustati anche allagati, boschi lineari, siepi;

- ampliamento, restauro, protezione e manutenzione di biotopi esistenti minacciati od alterati;

- creazione o miglioramento di ambienti lineari variamente strutturati con funzioni di collegamento ecologico fra elementi territoriali separati o scarsamente interrelati;

- riassetto, recupero morfologico e vegetazionale di aree oggetto di attività estrattive dismesse e nelle quali sono in atto processi dinamici spontanei di diversificazione strutturale e ambientale;

- rinaturalizzazione di corsi d'acqua attraverso il riassetto morfologico e il ripristino vegetazionale;

- protezione e/o reintroduzione di specie vegetali minacciate (vedi relazione Alessandrini);

Nelle aree a maggiori dimensioni o di collegamento sono ammessi anche percorsi prevalentemente a scopo didattico ed educativo, punti attrezzati e/o capanni per l'osservazione, aree dimostrative o adibite alla ricerca e alla osservazione naturalistica.

I Comuni sono gli unici titolari e responsabili dei progetti presentati.

Un grosso ruolo nell'attuazione del Programma, se condiviso, può essere esercitato dalle Province attraverso:

- l'ulteriore promozione presso i Comuni territorialmente interessati fornendo anche indicazioni di eventuali aree prioritarie di intervento già contenute nei Piani o nelle proposte di Piani Territoriali di Coordinamento provinciali;

- il coordinamento di progetti di intervento di ambito intercomunale;

- la partecipazione al cofinanziamento degli interventi assieme alla Regione ed ai Comuni interessati;

- la fornitura di assistenza ai Comuni nella gestione delle ARE realizzate.

Il Programma oltre alla esplicitazione della documentazione da presentare conterrà ovviamente anche i criteri di valutazione dei progetti stessi.

I progetti che presenteranno determinati requisiti, che vado ad elencare, saranno valutati preferenzialmente rispetto ad altri.

Essi sono:

1) i progetti sono collocati in queste zone del Piano Territoriale Paesistico Regionale:

- zone di tutela dei caratteri ambientali di laghi, bacini e corsi d'acqua;

- zone di particolare interesse paesaggistico-ambientale;

- zone di tutela naturalistica;

- zone di tutela dei corpi idrici superficiali e sotterranei;

- zone oggetto di progetti di tutela, recupero e valorizzazione, e fra queste, quelle ove è già stato realizzato o è in corso di realizzazione un progetto di massima cofinanziato dalla Regione ai sensi dell'art. 4 L. R. n. 47/1992;

2) i progetti riguardanti aree già individuate dalla pianificazione provinciale (il PTCP o il Piano Infraregionale) come ARE ovvero come aree aventi simili caratteristiche e finalità;

3) i progetti tesi al collegamento tra ARE già esistenti o tra queste e altri biotopi (i progetti tendenti a realizzare "reti ecologiche" o "corridoi ecologici");

4) i progetti che prevedono la ricostituzione, in toto o in parte, di ambienti naturali storicamente preesistenti;

5) i progetti che prefigurano una maggior diversificazione e complessità di ambienti.

Il Piano finanziario prevede la formula del cofinanziamento.

La Regione mette a disposizione già dal 1997 2 miliardi fino al raggiungimento massimo del 70% del costo del progetto.

E' stato fissato un limite tassativo di 300 milioni quale costo massimo per ogni singolo progetto.

 

Proposta di modello gestionale

Uno degli obiettivi fondamentali di questo convegno credo sia il confronto e la messa a punto di modelli e di strategie per la gestione nel tempo delle ARE.

Per le ARE, a differenza delle Aree protette, non esiste un Programma regionale di individuazione precostituito.

Anzi nel processo di individuazione delle ARE non è previsto alcun intervento della Regione.

Sono i Comuni in primo luogo, tramite il proprio strumento urbanistico, ad individuare tali Aree e ad introdurre, se già non ve ne sono, adeguate norme di tutela e, successivamente, di gestione, in sintonia con le finalità stabilite dalla legge regionale.

Anche le Province hanno la possibilità di individuare tali Aree nei propri strumenti di pianificazione, in primo luogo il P.T.C.P.

Tale processo di individuazione è già stato avviato in numerosi Comuni, anche su aree non interessate da programmi regionali di intervento, mentre mi pare sia allo studio la loro introduzione negli strumenti di pianificazione di alcune Province.

Come obiettivo strategico di eccellenza si punta, sia a livello di singolo Comune che a livello intercomunale (e quindi provinciale) che al livello regionale alla costituzione di "reti". Vale a dire una miriade di aree piccole, a volte piccolissime, collegate a volte linearmente da filari di alberi, da siepi, da fossati altre volte più robustamente, dai corsi d'acqua.

Per quanto riguarda la gestione nel tempo degli interventi realizzati vi è da dire che, trattandosi di ambienti naturali o simil-naturali, essa deve essere improntata alla massima leggerezza.

Se gli interventi sono stati correttamente progettati, in genere le aree dopo qualche anno sono abbandonate alla libera evoluzione.

E' importante sorvegliarne l'evoluzione sia per registrare i mutamenti ambientali intervenuti che per eventualmente apportare qualche correttivo nel caso ci si discostasse troppo dagli obiettivi prefissati.

Lo schema gestionale di cui qui si propongono gli indirizzi prevede principalmente tre fasi.

Premetto che il soggetto principale è il Comune titolare dell'iniziativa.

La prima fase è connessa all'individuazione dell'ARE nel PRG e sta nella approvazione di norme di tutela e di disciplina delle utilizzazioni.

Fra queste norme dovrebbero comparire:

- il divieto di ogni attività edificatoria che non sia di recupero dell'esistente; per finalità didattiche e ricreative può essere consentita la realizzazione di strutture leggere quali capanni per l'osservazione della fauna, tettoie per le scolaresche ecc.;

- il divieto di apertura di cave e discariche;

- il divieto di modifica dell'assetto geomorfologico dell'area, fatti salvi gli interventi finalizzati alla diversificazione ecologica dei siti;

- il divieto di scarichi inquinanti di qualunque tipo nelle acque, nonché i prelievi di acqua, fatti salvi gli interventi finalizzati al mantenimento o al ripristino delle condizioni ambientali favorevoli alla flora e alla fauna;

- il divieto di spandimento di liquami, fertilizzanti di sintesi, presidi fitosanitari, erbicidi e ogni altra sostanza tossica o inquinante, fatti salvi i prodotti ammessi dalla normativa sulle tecniche di coltivazione biologica;

- il divieto di asportazione di lettiera e terriccio;

- il divieto di danneggiamento, raccolta ed asportazione della flora spontanea e di danneggiamento, prelievo e disturbo della fauna;

- il divieto di immissione volontaria di specie vegetali ed animali estranee ai luoghi;

- il divieto dell'uso di mezzi motorizzati salvo che per motivi di soccorso o per interventi di manutenzione;

- il divieto di accensione di fuochi, abbandono di rifiuti, produzione di suoni e rumori molesti.

Poi dovrebbe intervenire un Regolamento di gestione che definisca in dettaglio le norme comportamentali riguardanti l'accesso e la fruizione dell'area.

L'accesso al pubblico va regolamentato caso per caso, anche in relazione all'estensione dell'area.

Dovrebbe essere consentito unicamente a piedi o in bicicletta lungo percorsi appositamente segnalati, prevedendo l'interdizione a chiunque nei periodi più delicati per l'equilibrio naturale.

Un aspetto particolare assumono la didattica, la ricerca e l'osservazione scientifica che vanno assolutamente privilegiate in un costante rapporto con le istituzioni scolastiche locali.

Infine vi è la cosiddetta gestione attiva che va attentamente programmata in relazione alle esigenze ecologiche e alla complessità dell'ARE (sorveglianza, manutenzione, gestione dei servizi).

Molto importante si rivela in questa fase il costante monitoraggio delle componenti naturali dell'ARE.

Da esso scaturiscono le indicazioni di possibile intervento o probabilmente, molto più spesso di non intervento da parte dell'uomo.

Una importanza strategica si rivela nella gestione delle ARE la collaborazione prestata all'Ente pubblico dalle associazioni dei cittadini più consapevoli del valore della tutela del patrimonio naturale nella comunità locale.

Come ho detto prima i Comuni si rivelano i soggetti principali della gestione innanzitutto attraverso la consapevolezza dell'importanza che assume la tutela della diversità biologica nella valutazione complessiva del valore del proprio territorio.

Ovviamente non vanno lasciati soli, ma sostenuti e indirizzati sotto l'aspetto tecnico, programmatico e finanziario.

Alle Province e alla Regione spetta questo ruolo di indirizzo e di sostegno anche attraverso appositi accordi di programma.

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Pubblicato il 29/05/2012 — ultima modifica 29/05/2012
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