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Cohousing, la nuova frontiera dell’edilizia abitativa

Spazi comuni per risparmiare e socializzare, senza rinunciare alla privacy. È il cohousing, una pratica piuttosto diffusa in Nord Europa e negli Stati Uniti, di cui cominciano a prendere forma le prime esperienze anche in Italia. Il segreto è condividere spazi e servizi, con un risparmio notevole sia in termini economici che di impatto ambientale. Un modo nuovo di "coabitare" che porta con sé anche un miglioramento della qualità della vita.

13.05.2009

Disegno 3D dell'Urban Village
Disegno 3d
Certi condomini, anche popolosi, costituiscono quasi dei contenitori di vite parallele che scorrono vicine senza mai incontrarsi, se non magari per un saluto frettoloso sulle scale: ciascuno è “inscatolato” nel suo appartamento e nella sua routine casa-lavoro, per le relazioni non c’è spazio. Fra vicini si è dei perfetti sconosciuti, e poi c’è ben poco da dire una volta esaurita la conversazione sul tempo o, tutt’al più, sui pregi e sui difetti dell’impianto di riscaldamento.

Del resto, i vicini di casa non si scelgono. Uno se li ritrova appena al di là dei muri fra cui vuole (o deve) abitare: perlopiù sono persone con cui non si hanno in comune gusti e interessi, né la vita di condominio è strutturata in modo tale da crearli, o da aiutare a scoprirli qualora esistano. I vicini di casa sono, in ultima analisi, degli estranei: di solito si conoscono soltanto di vista (e a volte neppure quello), spesso non si sa neanche come si chiamano e che lavoro fanno. Così finisce che nei condomini ciascuno deve arrangiarsi faticosamente da sé anche quando la cosa più semplice sarebbe chiedere aiuto al dirimpettaio: al di là del pianerottolo non abitano quasi mai persone con cui si ha la confidenza sufficiente per chiedere anche solo in prestito un po’ di sale quando, al momento di preparare la cena, si scopre che il barattolo è desolatamente vuoto.

Però cominciano a diffondersi esperienze in cui i vicini di casa non si “subiscono”, ma si scelgono: e si sceglie anche di organizzarsi insieme a loro per condividere spazi e servizi, ferma restando la privacy familiare. È il cohousing, un termine inglese che significa “coabitare”: ma forse in questo caso sarebbe meglio tradurlo come “vita solidale in condominio”. È un modo di abitare nuovo per l’Italia ma già rappresentato in Emilia-Romagna, e ha attirato su di sé l’interesse di istituzioni e associazioni. In sostanza, si tratta di caseggiati abitati da 20-40 famiglie in cui una parte dello spazio è privata: alloggi familiari, o individuali nel caso di single. Però fino a un 20-25% dello stabile è composto da parti comuni e collettive: sia spazi, sia servizi che consentono di risparmiare denaro e di avere benefici sociali ed economici.

I cohousers, i residenti, non vanno ad abitare nel caseggiato soltanto perché vi trovano un’abitazione adeguata, ma soprattutto perché ritengono “adeguati” gli altri inquilini. Tutto parte dalla formazione della futura comunità: persone che si scelgono reciprocamente. In qualche modo “si piacciono”: anche se vengono da esperienze personali molto diverse, si sentono in grado di andare d’accordo e soprattutto desiderano interagire. Alla base della formazione del gruppo non ci sono principi ideologici, morali o religiosi, né ci sono regole che limitano, regolamentano o impediscono l’uscita: le comunità tuttavia tendono a essere molto coese, innanzitutto per la necessità di scegliere insieme il luogo in cui andare ad abitare, stabilire come strutturarlo, tratteggiare un progetto condiviso di vita e di gestione.

Che si tratti di una nuova costruzione o di una ristrutturazione, gli spazi vengono distribuiti in modo tale da facilitare i rapporti di vicinato e incrementare il senso di appartenenza a una comunità. Successivamente, i rapporti di vicinato vengono cementati dal fatto che le famiglie, pur mantenendo ciascuna la propria privacy, vivono una vita intessuta di socialità e collaborazione: gli inquilini amministrano insieme la comunità; insieme gestiscono gli spazi comuni ed effettuano le manutenzioni, senza gerarchie ma attribuendo i ruoli attraverso decisioni condivise.

CohloniaIl modo in cui strutturare spazi e servizi collettivi è la prima decisione che i futuri cohousers prendono insieme. Il ventaglio della scelta è molto ampio: comuni possono essere ad esempio l’orto,  un locale per le feste o in cui dedicarsi agli hobby, la sala giochi dei bambini, alcune camere da letto destinate agli ospiti, addirittura la cucina. Anche per i servizi condivisi si può scegliere: gestire insieme la cura dei bambini piccoli o degli anziani; organizzare una lavanderia comune o una sorta di portineria cui affidare incombenze come il pagamento delle bollette; acquistare una o più auto in car sharing; creare un Gas (Gruppo di acquisto solidale) con relativo magazzino per le provviste.

Il risultato è una migliore qualità della vita e un risparmio in termini ecologici ed economici. I cohousers sono volti amici che si semplificano vicendevolmente la vita, il che genera un senso di benessere e di sicurezza; i servizi e gli spazi comuni consentono economie: mandare il bambino al micronido del coshousing ha costi inferiori fino al 75% rispetto all’asilo nido classico; lo spazio collettivo per le feste o gli hobby rende superfluo un ambiente della casa dedicato a questo scopo, e aiuta a limitare i costi di costruzione (o ristrutturazione), manutenzione e riscaldamento.

Sul versante ecologico, i costi condivisi rendono più facile l’installazione di impianti solari ed eolici per la produzione di energie rinnovabili: e il più delle volte i cohousing sono molto attenti agli accorgimenti progettuali e alle tecnologie che consentono di limitare i consumi di energia e i costi del riscaldamento. Sempre sul versante dell’energia, la possibilità di stipulare contratti collettivi con gestori privati consente risparmi consistenti sulle bollette.

Ancora, il car sharing induce a limitare l’uso dell’automobile, con benefici per l’ambiente e minori costi per bollo e assicurazioni, pur senza rinunciare a utilizzarla quando davvero serve. Il Gas, Gruppo di acquisto solidale, consente di fare la spesa collettiva presso fornitori locali. Questo significa ottenere prezzi da ingrosso e contemporaneamente evitare i lunghi e inquinanti viaggi delle merci di solito legati ai canali tradizionali di distribuzione e di acquisto.

Nato in Danimarca fra gli anni ’60 e ’70 ad opera dell’architetto Jan Gudmand-Høyer, il cohousing si è imposto all’attenzione di un numero crescente di persone e di professionisti della progettazione partecipata. Fra gli esempi italiani c’è l’esperienza nata dall’incontro fra l’agenzia per l’innovazione sociale Innosense Partnership e il Dipartimenti Indaco del Politecnico di Milano: ne sono nati cohousing.it, la community italiana di chi abita o vuole abitare in cohousing, che conta 4.500 iscritti circa, e Cohousing Ventures, società di servizi nata proprio per progettare, promuovere e completare progetti di cohousing sul territorio italiano.

Quelli attualmente attivi sono Urban Village (zona Bovisa, 32 unità immobiliari la cui consegna è prevista per l’estate); GreenHouse a Lambrate (serre per l’orto e pannelli fotovoltaici comuni; sarà pronto nel 2012); Corti di Nerviano, che nascerà dalla ristrutturazione di una villa settecentesca alle porte di Milano. Ma il cohousing sta partendo anche a Torino, ad esempio, con la ristrutturazione di uno stabile nella zona di Porta Palazzo, e a Osimo, con il complesso abitativo ecologico “Il Borgo”.

In Emilia-Romagna, in particolare, il punto di riferimento è E’/Co-Housing, l’associazione intenzionata a creare una rete di cohousing a Bologna e dintorni, ma non solo: sul sito internet del gruppo proprio in questi giorni è comparso l’avviso che si cercano aspiranti cohouser nella zona di Ferrara. Fra i progetti di cohousing ormai in dirittura d’arrivo segnalati dal sito ci sono Il Poggio a Savigno, a 30 chilometri da Bologna, e Castel Merlino a Monzuno.

 

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Pubblicato il 13/05/2009 — ultima modifica 08/05/2012
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