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Difesa del suolo, l'impegno per mettere in sicurezza il territorio

Spetta alle strutture della Regione il compito di contrastare i dissesti idrogeologici. Scopriamo come funziona la macchina regionale e quali sono le principali criticità in appennino e in pianura.

07.02.2012

Frana appenninoIl tema della prevenzione del rischio idrogeologico, in particolare dopo le ultime calamità dell’autunno scorso, è risalito nel livello di attenzione dei decisori politici in ogni parte d’Italia e, soprattutto, dell’opinione pubblica. Può essere quindi utile ricordare l’esistenza delle strutture regionali che sovrintendono alla difesa del suolo e quali sono i loro compiti e competenze.  Spettano infatti alla Regione Emilia-Romagna la difesa del suolo, della costa e i compiti di bonifica e irrigazione. In questo ambito la Regione agisce attraverso la pianificazione e la programmazione di interventi che hanno come principale obiettivo la sicurezza idraulica ed idrogeologica del nostro territorio.

L’organizzazione della Difesa del suolo in Emilia-Romagna

Per svolgere questo compito la Regione si serve di strutture tecnico-amministrative. La pianificazione spetta alle quattro Autorità di Bacino presenti in Emilia-Romagna: l'Autorità di Bacino del fiume Po; l'Autorità di Bacino Interregionale Marecchia-Conca; l’Autorità di Bacino del Fiume Reno e l’Autorità dei Bacini Regionali Romagnoli. Le Autorità di Bacino sono state istituite con la legge nazionale 183 del 1989 (per una loro storia vedi qui).

Alle Autorità di bacino competono la pianificazione e la programmazione per il governo unitario del territorio del bacino idrografico attraverso lo strumento del Piano di bacino.

Altra struttura tecnico-amministrativa della Regione, oltre alle Autorità di Bacino, è il Servizio Difesa del Suolo, della costa e bonifica (ha sede a Bologna) cui competono le attività di programmazione degli interventi e di coordinamento tecnico degli Enti delegati e dei Servizi Tecnici di Bacino. Proprio questi ultimi costituiscono i terzi attori che sovrintendono alla sicurezza idraulica e idrogeologica del territorio. I Servizi Tecnici di Bacino, istituiti con legge regionale tra il 2002 e il 2003, sono le strutture direttamente operative sul territorio e svolgono quindi attività progettuali e gestionali.

I Servizi Tecnici di Bacino

Attualmente i Servizi Tecnici sono 4: Affluenti del Po (che agisce nel territorio grosso modo delle province di Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Modena e alcuni comuni del bolognese); Po di Volano e della Costa (che agisce sulla provincia di Ferrara e una piccola parte del modenese); Reno (che interviene sulla provincia di Bologna e parte di quella di Ravenna); Romagna (che agisce in parte della provincia di Ravenna, in quella di Forlì-Cesena e in quella di Rimini). Alcuni Comuni hanno i territori che rientrano in più di un Servizio tecnico di Bacino. Esistono diverse sedi dei Servizi Tecnici di Bacino sparse sul territorio regionale .

Molteplici sono i servizi svolti nel complesso dalle varie strutture che operano in questo ambito: gestione dei canoni per la concessione di acque pubbliche e canoni per la concessione demanio aree;  la gestione dell’ Elenco regionale prezzi, che costituisce il riferimento di tutti i prezzi per lavori e servizi, per tutta l'attività di progettazione di interventi, indagini geognostiche, rilievi topografici e sicurezza; progettazione e realizzazione dei lavori pubblici per il raggiungimento dei propri fini istituzionali e interventi d’emergenza quali i “pronti interventi” e le “somme urgenze”.

Per le tante attività complessive svolte dalle strutture si rimanda a questa pagina.

 

Un secolo di difesa del suolo

Contributo di Gabriele Cassani, responsabile P.O. “Coordinamento delle azioni di pianificazione dell’assetto idrogeologico e della rete idrografica” dell’Autorità dei Bacini Regionali Romagnoli.

Il tema della difesa dal dissesto idrogeologico non è recente, in un territorio geologicamente giovane e quindi fragile come l’Italia.

CalanchiFin dal 1923, con la legge “Serpieri”, che imponeva nuove regole nella gestione dei terreni acclivi e dei boschi, assoggettandoli ad una speciale limitazione al diritto di proprietà detta “vincolo idrogeologico”, si era inteso porre rimedio al generale dissesto creato da almeno due secoli di forsennato sfruttamento  del suolo.

In conseguenza della grande riflessione seguita alle disastrose alluvioni del 1966, espressa nello storico rapporto delle “Commissione De Marchi”, si è venuta consolidando una legislazione per molti versi innovativa, che impone di disegnare le mappe di pericolosità per frane e alluvioni, di valutare i rischi che ne conseguono per le attività dell’uomo e le precauzioni da mettere in atto nell’immaginare uno sviluppo antropico compatibile con i processi fisici prefigurati (piani di bacino).

Costituite in forza della Legge n. 183/89 “Norme per il riassetto organizzativo e funzionale della diesa del suolo”, le autorità di bacino sono state concepite come un luogo di leale collaborazione tra le diverse articolazioni dello Stato (ministeri centrali, regioni, province), in cui concertare le politiche di mitigazione dei rischi, entro un ambito geografico omogeneo per i processi fisici da governare (bacino o insieme di bacini idrografici).

Dopo un avvio diseguale, con l’impulso impresso dalla legislazione straordinaria seguita al disastro di Sarno (1998), le autorità di bacino, hanno prodotto e trasferito ai decisori politici una prima generazione di piani di bacino nei primi anni 2000 e poi, pur tra molte difficoltà, hanno continuato ad operare e in molti casi sono già disponibili le prime revisioni, conseguenti alle nuove acquisizioni nel campo delle analisi geologiche e idrauliche e alle mutate condizioni del territorio.

Tuttavia, man mano che si affievoliva l’emozione per le più di 120 vittime del fango di Sarno e Quindici, mutava l’atteggiamento del Legislatore nei confronti delle autorità di bacino.

Con le leggi finanziarie del 2004 e seguenti, è stata trasferita ad altri soggetti istituzionali, la competenza chiave della programmazione degli interventi, che permetteva di tenere insieme, in un unico quadro organico e coerente, le azioni di mitigazione dei rischi, tradizionalmente declinate in termini di limitazione dello sviluppo antropico (vincoli) e di interventi strutturali (opere di difesa). Analogamente si sono esaurite le risorse assegnate alle autorità in quota parte (10%) degli stanziamenti statali e destinate agli approfondimenti conoscitivi (studi e indagini) per mantenere viva e aggiornata l’analisi dei processi fisici propedeutica alla pianificazione.

Nel contempo si registrava l’ascesa del sistema della Protezione Civile, attraverso cui finiva per essere veicolata la gran parte delle risorse che il Paese destinava alla difesa del suolo, non solo per la gestione delle emergenze, ma anche per la pianificazione strategica delle politiche di prevenzione.

Nel 2006, il Decreto Legislativo 152/06, c.d. Codice Ambientale, ha inteso razionalizzare il sistema della pianificazione passando dalle 29 autorità, tra nazionali, interregionali e regionali, istituite a seguito della L. 183/89, a 8 grandi autorità di bacino distrettuali (Padano, Alpi Orientali, Appennino Settentrionale, Appennino, Centrale, Appennino Meridionale, Sicilia, Sardegna e Serchio come bacino pilota), sennonché la riforma, condivisibile nelle intenzioni, si è rivelata devastante negli effetti pratici, dato che la soppressione delle vecchie autorità è stata sancita immediatamente, mentre l’istituzione delle nuove non è mai avvenuta.

Da allora alcuni provvedimenti tampone, emessi per dare adempimento a obblighi comunitari, hanno prorogato l’attività delle vecchie autorità di rango nazionale e le Regioni hanno regolato, ognuna con proprie leggi, l’esistenza delle autorità interregionali e regionali che avevano costituito.

Oggi le autorità di bacino nazionali, surrogando quelle distrettuali ancora da costituire e collaborando attivamente con le Regioni, sono impegnate nella costruzione dei nuovi strumenti di pianificazione voluti dalle direttive europee: Piano di Gestione delle Acque (Dir 2000/60/CE) e Piano di gestione delle alluvioni (Dir 2007/60/CE), mentre le autorità interregionali e regionali sono formalmente escluse da questi processi.

Peraltro, con l’abolizione della Legge 183/89 e dei decreti ad essa connessi, non compiutamente sostituiti dalle nuove norme del Codice Ambientale, sono emersi problemi di varia natura, non ultimo la penuria di fondi per il funzionamento stesso degli uffici delle autorità e in definitiva una difficoltà di legittimazione, per organismi deputati a funzioni strategiche come la pianificazione degli assetti idrogeologici.

 

Le criticità del suolo in appennino e nella pianura

La geologa Anna Rita Bernardi, responsabile dell’assetto idrogeologico del Servizio Tecnico Bacino Reno, analizza le principali criticità del suolo dell’appennino tosco-emiliano e della pianura bolognese. Si tratta, come si può comprendere, di aspetti problematici che possono essere estesi anche alla gran parte del territorio regionale.

“Le criticità della nostra montagna dipendono dalla struttura geomorfologica dell’appennino. Si tratta di una catena recente, ancora in evoluzione, i cui terreni sono in gran parte caotici e composti da rocce argillose, quindi non in equilibrio morfologico e soggetti a instabilità e dissesti, in particolare frane.  A queste caratteristiche naturali si deve aggiungere un altro aspetto fondamentale del nostro appennino: l’uso del territorio è molto spinto, con valli in cui la presenza umana è molto significativa da centinaia di anni. Abbiamo quindi migliaia di chilometri di strade e tantissimi centri  abitati importanti.

Quello delle frane è un problema recente per il nostro appennino?

I dissesti hanno sempre contraddistinto la montagna, come testimonia anche il catalogo storico delle frane, redatto da Fabio Brunamonte. I dissesti non sono certo legati al nostro tempo, grandi eventi si sono registrati anche nei secoli passati. In particolare nel bacino del Reno i terreni hanno una elevata propensione al dissesto e ci sono grandi frane storiche, come quella di Bombiana o quella di Oreglia. Molte frane di oggi nascono proprio sui resti di grandi dissesti del passato.

Cosa è cambiato negli ultimi decenni?

Cassa espansioneVa notato che fino al secondo dopoguerra quasi ogni angolo di suolo in appennino veniva utilizzato per l’attività agricola. Ci sono foto aeree dei primi anni ’50 in cui si vedono appezzamenti pressoché ovunque. Si assisteva perciò allora a un uso minuto del territorio che consentiva anche una sua maggiore cura, con regimazioni idrauliche molto accurate e una manutenzione attenta dei fossi. Oggi non c’è più chi si occupa del terreno ogni giorno e questa mancanza contribuisce a far innestare dissesti più di frequente.

Quali sono, nel bacino del Reno, le zone a maggior rischio idrogeologico?

Ci sono molti abitati con problemi di stabilità identificati fin dall’inizio del Novecento. Il riconoscimento di abitati da consolidare, cioè la constatazione di un elevato grado di dissesto, riguarda Comuni come Castiglione dei Pepoli, Gaggio Montano, Lizzano in Belvedere, Grizzana Morandi, San Benedetto Val di Sambro, solo per citare i più importanti. La competenza su queste zone è della Regione, che ha posto dei vincoli all’utilizzo dei terreni.  Inoltre nel territorio del Reno sono circa 170 le aree in cui l'Autorità di Bacino ha individuato una interferenza fra dissesti e elementi a rischio, cioè la presenza di abitati e strade.

Quali sono, invece, i problemi della pianura?

Se per la montagna possiamo parlare di rischio idrogeologico, per le aree di pianura dobbiamo invece parlare di rischio idraulico, connesso agli alvei dei fiumi. Gli argini costituiscono sempre elementi a rischio e anche la subsidenza contribuisce a creare dei problemi di tenuta. Molti sono stati realizzati alla fine dell’Ottocento con terreni che erano presenti sul luogo, ma non è detto che quella sia stata la soluzione migliore. Dobbiamo tenere presente che in questi casi, come ci ha insegnato l’alluvione in Veneto nel novembre 2010, anche piccoli dissesti possono creare danni ingentissimi.  Il nostro Piano di Bacino prevede la messa in sicurezza  delle zone di pianura realizzando casse di espansione. Alcune di queste casse sono già in realizzazione come quella sul Samoggia a Le Budrie, in fase già avanzata, o quella del Navile vicino a Bentivoglio o a Bagnetto, alla confluenza tra Reno e Samoggia.

Sono in realizzazione anche casse sul fiume Senio. L’obiettivo di queste opere è mettere in sicurezza la pianura bolognese e quella romagnola che rientra nel nostro Bacino.

Link utili

Ascolta l’audio della dott.ssa Bernardi che illustra le modalità con cui vengono eseguiti interventi di ripristino dei dissesti idrogeologici

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Pubblicato il 07/02/2012 — ultima modifica 09/02/2012
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