venerdì 20.10.2017
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I Mercoledì dell’Archivio, la terza edizione

Viaggio alla scoperta dei saperi e delle ricchezze racchiusi nell’Archivio Cartografico e nei servizi regionali

Un ciclo di incontri per valorizzare i saperi e la ricchezza racchiusi nell’Archivio Cartografico di viale Aldo Moro 28 e nei servizi regionali. Un modo per valorizzarli e renderli disponibili, per renderli tangibili e condivisibili. I Mercoledì dell’Archivio – un’iniziativa del Servizio Statistica e Informazione geografica, in collaborazione con il Servizio Geologico Sismico e dei Suoli e il Servizio Parchi e Risorse Forestali – nascono così: la terza edizione, cominciata il 3 febbraio, si concluderà il 6 aprile con l’Escursione alla Grotta di Re Tiberio a cura delle guide del Parco regionale della Vena del Gesso Romagnola. Questi appuntamenti sono nati rivolgendosi principalmente a un pubblico specializzato: guide ambientali-escursionistiche, guardie ecologiche volontarie, educatori ambientali. Ai partecipanti è stato consegnato un attestato riconosciuto dall’AIGAE, l’Associazione italiana guide ambientali, per il rilascio dei crediti formativi: “Lo scopo è quello di offrire nuovi spunti alle guide. Dettagli, percorsi, itinerari, particolari che possono arricchire un’escursione o possono crearla da zero – spiega Maria Luisa Garberi del SSIG –. Naturalmente i Mercoledì sono anche aperti a un pubblico di non addetti ai lavori. Anzi, siamo ben felici di conoscere appassionati di qualche settore che vogliano mettersi a disposizione per regalarci nuovi punti di vista”. E in un tempo in cui il cartaceo viene messo in discussione dal digitale, i Mercoledì sono anche un’ottima occasione di riscoperta di un posto magico come quello dell’Archivio. Guarda la locandina della terza edizione.

Guarda il video realizzato in occasione dei Mercoledì dell'Archivio

Mercoledì dopo mercoledì, partiamo per un viaggio tra i saperi racchiusi tra Archivio Cartografico e servizi regionali.

Mercoledì 3 febbraio, Gli itinerari dell’acqua e della pietra: escursioni tra sorgenti, torrenti, fontane, mulini e terme
Stefano Segadelli, Servizio Geologico Sismico e dei Suoli

“L’acqua è un elemento che consente di proporre un ampio ventaglio di proposte, dai facili sentieri alla portata di tutti a escursioni impegnative in luoghi poco frequentati”, spiega Stefano Segadelli, geologo e guida ambientale escursionistica. Quando si parla di acqua si intende una serie di realtà: si va dall’acquifero in montagna alla sorgente, dal lago alla torbiera, all’ambito fluviale di montagna e di pianura, fino all’ambito costiero; ci sono fontane, lavatoi, mulini, centrali idroelettriche, terme, cave di monte e cave di pianura, fontanili. E anche il reticolo (canali e fossi) derivante dalle opere di bonifica ha trasformato sostanzialmente l’assetto del territorio: riqualificarlo vorrebbe dire sfruttarne le potenzialità anche da un punto di vista escursionistico. Ed è in questo discorso che si inserisce il Progetto Life Rii, che promuove strategie innovative di gestione del territorio con interventi sperimentali per riportare i corsi d’acqua a un assetto più sicuro e più vicino a quello naturale. Qualche esempio? Prendiamo le sorgenti, i punti di emergenza naturali delle acque di falda sotterranea. Il censimento delle sorgenti libere ha messo in evidenza l’esistenza di sorgenti pietrificanti, vale a dire sorgenti a regime perenne di acqua corrente ricca di bicarbonato di calcio (acqua ‘dura’), in cui avviene la precipitazione a temperatura ambiente di travertino (roccia sedimentaria calcarea dall’aspetto poroso), chiamato anche tufo calcareo. “Quelle pietrificanti sono le uniche sorgenti di interesse comunitario riconosciute dalla Rete NATURA 2000 secondo quanto stabilito dalla direttiva Habitat – continua Segadelli –. La deposizione del carbonato di calcio crea meravigliose sculture naturali, significative per le scienze della Terra, per le scienze umane e di interesse floristico”. Una delle più famose è la sorgente di San Cristoforo di Labante (frazione di Castel d’Aiano, provincia di Bologna), patrimonio geologico. Una rupe, una grotta, una sorgente: sono questi i luoghi che a Labante si associano a habitat naturali e seminaturali e a una fauna specializzata, dando ai visitatori la possibilità di osservare e conoscere quello che accade sopra, sotto e dentro la terra. “Esiste poi anche la possibilità di proporre percorsi escursionistici per ricostruire ‘la storia dell’uso pubblico dell’acqua’, mostrando il percorso che l’acqua compie dal punto in cui è captata fino ai luoghi di utilizzo: fontana, lavatoio, abitazione, mulino, una specie di ‘fattorie didattiche dell’acqua’”, spiega Segadelli. Alcuni dei proprietari degli antichi mulini presenti sul territorio hanno costituito la ‘Strada dei mulini’, con l’intento di valorizzare questo patrimonio storico recuperando mulini sparsi sul territorio, allo scopo di ripristinare, anche solo a scopo dimostrativo e didattico, la loro funzionalità, riproponendoli quali strutture ricettive e di ospitalità, o di interesse culturale. In foto la sorgente di San Cristoforo di Labante.

Mercoledì 10 febbraio, Flora dell’Appennino
Alessandro Alessandrini, Istituto Beni Artistici Culturali Naturali dell’Emilia-Romagna

La flora è l’insieme di tutte le specie vegetali presenti in un territorio. Anche le piante, come tutti gli esseri viventi, non si distribuiscono in modo casuale, ma secondo variabili di diversa natura: climatica (attuale, storica), geologica (morfologia, litologia, pedologia), umana. Il clima ha conosciuto fasi molto diverse da quella attuale, con periodi più caldi, più freddi, più aridi, ecc. Alcune piante di grande importanza scientifica sono presenti nel territorio appenninico regionale come ‘relitti climatici’, come l’Artemisia lanata, relitto quaternario presente solo nei Gessi Triassici della media valle del Secchia. Alcuni relitti glaciali sono confinati alla fascia più elevata dell’Appennino, numerosi trovano nell’Appennino emiliano o romagnolo il limite meridionale dell’areale italiano, come la Tofieldia calyculata. "Lo studio del clima è molto proficuo per comprendere le regole con cui i vegetali si distribuiscono: alcune piante amano climi caldi e assolati, altre luoghi freddi e ombrosi, alcune vivono in luoghi aridi, altre richiedono ambienti piovosi e umidi", conferma Alessandro Alessandrini. Ma com'è la flora dell’Appennino emiliano-romagnolo? Basandosi sul clima, l’Appennino è suddivisibile in 3 zone. La zona occidentale comprende l’Appennino piacentino e la parte occidentale del Parmense; qui le piante più tipiche sono quelle che vivono sulle ofioliti, rocce di origine vulcanica e quelle presenti nell'area mediterraneo-occidentale; il Mar Ligure è infatti molto vicino. La zona centrale comprende la parte orientale del Parmense, le intere province di Reggio Emilia e Modena e la parte del Bolognese a occidente del fiume Reno. Questa zona si divide in due sottozone: una  occidentale, molto continentale in quanto lontana da entrambi i mari (Ligure e Adriatico) e una più orientale in cui finisce la parte centro-europea dell’Italia e comincia quella mediterranea. La sottozona occidentale ospita le vette più elevate dell'Appennino settentrionale e ha un clima più freddo, caratterizzato da maggiori escursioni termiche. Le piante più importanti di questa zona sono relitti di origine glaciale, piante nordiche, alpine o artiche, relegate nella parte più elevata, ma anche in collina come il Pino silvestre. La zona romagnola, nella quale in buona sostanza ricade anche la parte orientale del Bolognese, non ha molte piante tipiche ed esclusive; qui la flora è molto più termofila, con forte presenza di specie mediterranee e orientali. In questa zona ricadono anche complessi forestali di enorme importanza. Va anche evidenziato che la parte sud-orientale, quella della Val Marecchia, è caratterizzata da piante mediterranee in senso stretto, molte delle quali raggiungono qui il loro limite settentrionale di distribuzione. In foto l'Artemisia lanata, foto di Patrizia Ferrari Forum Actaplantarum.

Mercoledì 24 febbraio, Lo zolfo in Romagna: rilettura di un territorio a fini turistico-educativi
Maria Luisa Garberi, Servizio Statistica e Informazione geografica

“Sono una speleologa, e sto lavorando con la Federazione speleologica regionale per realizzare un censimento di tutte le vecchie miniere della Romagna orientale”, spiega Maria Luisa Garberi. Nell’immaginario collettivo, quando si parla di zolfo, si pensa subito alla Sicilia, soprattutto nella zona centrale dell’isola, tra le province di Enna, Caltanissetta e Agrigento. Ma non è la Sicilia a ospitare le miniere più grandi, perché la miniera di zolfo più grande d’Europa è a Perticara, provincia di Rimini, nella Romagna orientale. Gli storici ipotizzano che già i romani estraessero lo zolfo nella zona di Perticara, ma è dopo la scoperta della polvere da sparo che lo zolfo è usato nelle valli del Marecchia e del Savio per la produzione della polvere pirica. Ed è la ditta Montecatini nel 1917 che avvia la più grossa industria della zona: 1600 uomini hanno costruito un'immensa città sotterranea, quasi 100 chilometri di gallerie su 9 livelli di coltivazione, spingendosi fino a -740 metri di profondità. Il ritmo produttivo dell'estrazione mineraria ha scandito la vita di migliaia di uomini e donne. E mentre nel resto del paese si realizzava il boom economico, quell’industria  ha spento le sue luci. Oggi, a breve distanza, all'interno dell'ex Cantiere Solfureo Certino si trova il Museo Storico e Minerario di Perticara ‘Sulphur’ , che in una cornice di archeologia industriale custodisce le più importanti testimonianze dell'attività mineraria, e organizza numerose attività didattiche e divulgative: “Le miniere della zona hanno chiuso negli anni Sessanta, e per molti, ormai, non sono che un lontano ricordo: ma il territorio, silenzioso, ne conserva il ricordo”, continua Garberi. Il censimento serve proprio a questo, a ri-esplorare antichi testimoni del nostro passato: così, a chi sa guardare, si svelano camini delle vecchie macchine a vapore, cabine elettriche, bocche di miniere ancora aperte, spesso nonostante l’incuria, antichi manufatti minerari, come il villaggio minerario di Formignano, la cui miniera fu in attività dal 1556 (le prime notizie di escavazioni risalgono a quell’anno) al 1962: per capirne la portata, basti pensare che nel 1840 la società francese Augustin Picard & C raggiunse una produzione di zolfo di 2.700.000 libbre anno (circa 1.100 tonnellate). “Si tratta, insomma, di un argomento poco usuale, e per questo ancora più valido per arricchire l’offerta di escursioni delle guide interessate”, conclude Garberi. In foto la miniera di Perticara, foto Lucente.

Mercoledì 2 marzo, Pellegrinaggi della Religione per il Giubileo. Gli itinerari storici attraverso l’Emilia-Romagna
Laura Schiff, Dirigente Qualità aree turistiche

Massimo Tedeschi, Presidente Associazione Europea delle Vie Francigene

Flavio Foietta, Promotore della Via Romea Germanica
Monica Valeri, APT Servizi srl

L'Emilia-Romagna è una terra ricca di testimonianze di fede. Sono racchiuse nella sua cultura e nei luoghi di preghiera da cui si è diffuso quel sentimento religioso che ha “lastricato” le strade degli itinerari storico-religiosi che la percorrono. Per i pellegrini, un tempo, questi percorsi erano fonte di spiritualità e il segno stesso della cultura dell'accoglienza. Oggi sono anche i tesori di una mappa che conduce all’anima del territorio. Mete di turismo religioso attorno alle quali ruotano mondi riconducibili all’arte, all’esperienza sostenibile e slow, alla tradizione e alle eccellenze di una regione tutta da scoprire. “L’Emilia-Romagna, grazie alla sua posizione centrale, è la regione attraversata dal maggior numero di itinerari religiosi: da secoli, i pellegrini del nord attraverso l’Emilia-Romagna si dirigono a Roma”, spiega Laura Schiff, Dirigente Qualità aree turistiche. Sono 11 gli itinerari censiti, tra cui la Via Francigena, la più antica, famosa e organizzata, l'antica Via che nel medioevo univa Canterbury a Roma e ai porti della Puglia, che attraversa i territori di Parma e Piacenza. Può essere percorsa a piedi, in bicicletta, a cavallo, in treno. Si può, per esempio, iniziare con una giornata di cammino ritornando al punti di partenza in treno, proseguire con un weekend in bicicletta pernottando in un antico ospitale, o regalare ai bambini una breve passeggiata con gli asinelli. Oppure la Via Romea Germanica, che dopo avere attraversato Germania e Austria per dirigersi a Roma passa tra il ferrarese, il ravennate e il forlivese. “Naturalmente il Giubileo della Misericordia rinnova l’interesse nei confronti di questi itinerari – continua Schiff –: se nel Giubileo del 2000 ci aspettavamo moltissimi pellegrini, mentre in realtà non abbiamo registrato ondate, oggi le cose sono diverse. Le persone sono più attente, amano la concezione del viaggio slow, e mentre si recano a Roma hanno anche l’occasione di visitare meravigliose zone della nostra regione. Definirle incontaminate sarebbe troppo, ma di certo ci sono scorci ben poco conosciuti, e per questo ancora più magici”. In foto un tratto della Via Francigena.

Mercoledì 9 marzo, Ciclovie dei Parchi: percorsi ciclabili nelle Aree protette dell’Emilia-Romagna
Maria Vittoria Biondi e Monica Palazzini, Servizio Parchi e Risorse Forestali
Riccardo Bassi, Ente di gestione per i Parchi e la Biodiversità Emilia orientale

La Regione Emilia-Romagna, che rappresenta una delle prime mete turistiche del nostro Paese, da alcuni anni sta promuovendo la conservazione della natura anche attraverso lo sviluppo di forme di turismo sostenibile, come l’escursionismo e il ciclo-escursionismo. In particolare con il progetto Ciclovie dei Parchi sono state valorizzate le aree protette di pianura e di collina attraverso la creazione di percorsi le cui finalità rientrano nelle politiche europee sulla mobilità sostenibile. “Potrete raggiungere le diverse ciclovie anche con il treno: il progetto infatti prevede un percorso ‘fuori parco’, indicato da una segnaletica specifica, che parte dalla stazione ferroviaria più vicina e arriva alle porte dell’area protetta”, spiega Maria Vittoria Biondi. In questo modo si può caricare la bici sul treno, scendere alla stazione di riferimento, cominciare a pedalare verso l’area protetta e visitare il parco. Si tratta di 10 percorsi ciclabili all’interno di 9 parchi regionali e di una riserva naturale, dal Piacentino alla Romagna, piuttosto eterogenei, ricalcando l'unicità e le caratteristiche distintive di ogni area protetta. Tutti coniugano attività sportiva all’interno di stupendi paesaggi di collina e di pianura permettendo di scoprire anche bellezze storiche e architettoniche oltre a quelle naturalistiche e ambientali. Tutte le ciclovie sono percorribili in una o in mezza giornata e sono destinate a tutti gli appassionati della bicicletta, perciò anche ai ciclisti meno esperti e allenati. Si possono infatti percorrere tracciati con diversi gradi di difficoltà, per la maggior parte in mountain bike ma in alcuni casi anche con una normale bicicletta da città. Ogni percorso ha una propria scheda tecnica che descrive sinteticamente le diverse caratteristiche dalla lunghezza al dislivello, dal grado di difficoltà ai tempi percorrenza e alle mete culturali raggiungibili. Qualche esempio? La Ciclovia del Secchia che, non presentando dislivelli, è adatta anche ai più piccoli. L’itinerario comprende un inizio urbano attraverso il centro storico di Modena, un avvicinamento lungo piste ciclabili o stradine a traffico molto scarso, una possibile deviazione (a Campogalliano) e una meta di eccelso valore naturalistico: la riserva ‘Cassa di Espansione del fiume Secchia’. L'itinerario comprende anche Rubiera dove si può ammirare l'antico Ospitale, il centro storico e la Pieve romanica di S. Faustino. Oppure la Ciclovia dei Gessi di Gaibola, un itinerario di prima collina relativamente breve ma con salite da non sottovalutare. Il percorso ad anello è raggiungibile sia dalla stazione ferroviaria di San Lazzaro sia da quella di Ozzano. Raggiunta Pizzovalco, con l'omonima chiesetta, si arriva all'Oasi Fluviale WWF di Molino Grande, oppure si può salire direttamente verso Gaibola, su strada ripida ma sterrata che raggiunge l'ambiente carsico dei Gessi qui rivestiti di boschi con spettacolari fioriture primaverili. Costeggiate le grandi doline delle Buche di Gaibola e poi di Ronzana e dell'Inferno, si raggiunge l'asfaltata via dell'Eremo da cui si scende in breve, a destra, al fondovalle Zena. Oltrepassata Casa Fantini  e la vicina Grotta del Farneto, si raggiunge la località La Cicogna da cui è possibile riprendere la pista ciclabile verso le stazioni. Naturalmente, la guida che raccoglie tutte le ciclovie è in vendita presso l’Archivio Cartografico di via Aldo Moro. In foto la Ciclovia dei Gessi di Gaibola.

Mercoledì 16 marzo, Fauna minore: tutela e conservazione in Emilia-Romagna
Monica Palazzini e Ornella De Curtis, Servizio Parchi e Risorse Forestali
Roberto Fabbri, Coordinatore tecnico del progetto LIFE EREMITA
Giancarlo Tedaldi, Erpetologo

Quando si parla di “fauna minore” in Emilia-Romagna si intendono tutte le specie animali presenti sul territorio emiliano-romagnolo di cui esistono popolazioni viventi stabilmente o temporaneamente, compresi i piccoli mammiferi e i pipistrelli e con esclusione degli altri vertebrati omeotermi (grandi mammiferi e uccelli). Questi animali ‘negletti’, talvolta bistrattati, ma che  svolgono un ruolo fondamentale negli ecosistemi, sono tutelati da un’apposita legge regionale, la n.15 del 2006. In particolare, la legge protegge tutte le specie di rettili e anfibi, alcune specie di invertebrati, pesci e mammiferi di piccole dimensioni che vivono sul territorio regionale. Alla fauna minore appartengono specie rare e minacciate, così importanti che a volte sono oggetto di protezione anche a livello europeo attraverso la Direttiva Habitat, o come nel caso dei pipistrelli a livello nazionale. Qualche esempio? Tra le specie endemiche (quelle esclusive di un determinato territorio), un esempio eclatante ci è fornito dalle salamandrine (Salamandrina di Savi e Salamandrina dagli Occhiali), endemiti appenninici – sulla Terra sono esclusivi dell’Italia – diffusi dalla Liguria all’Abruzzo (la prima) e dalla Campania alla Calabria (la seconda). Ma i casi sono numerosi: la Lasca, per esempio, è un endemismo del distretto padano-veneto, che comprende i fiumi del nord Italia fino ad alcuni tributari abruzzesi; questo pesce, che durante il periodo della riproduzione si sposta controcorrente per raggiungere luoghi ideali per la fregola (fondali ghiaiosi), è minacciato tra l'altro anche dagli sbarramenti artificiali, come dighe e briglie che ostacolano la continuità del popolamento e le potenzialità riproduttive. Oppure il piccolo toporagno appenninico, piccolo mammifero poco conosciuto strettamente endemico dei boschi della penisola italiana. Quanto alla fauna minacciata, tutti i pesci, anfibi e mammiferi degli ambienti acquatici risultano parecchio sensibili all’inquinamento delle acque e alla manomissione degli ambienti riproduttivi; di conseguenza, la loro presenza in un determinato sito è un ottimo indicatore della qualità ambientale. L'Arvicola acquatica, per esempio, è un piccolo mammifero legato alle zone umide, in continuo declino a causa delle trasformazioni dell'habitat ad opera dell'uomo. Tra gli anfibi la Raganella italiana, tipica specie arboricola, accusa negativamente il taglio della vegetazione prossima alle zone acquatiche. In generale tutti gli anfibi Urodeli (con la coda) e Anuri (senza coda), per esempio, sono eccezionali bioindicatori soprattutto delle condizioni negative meno percettibili, più subdole e protratte nel tempo. Cosa si può fare per salvaguardarli? “Tutti noi possiamo fare qualcosa – spiega Monica Palazzini –. Per esempio possiamo costruire nicchie e piccole cataste in giardino per dare rifugio a questi piccoli animali. E poi, ricordiamoci che, se non desideriamo o non possiamo più prenderci cura di animali esotici che abbiamo in casa, come ad esempio le piccole tartarughe acquistate alle fiere o ai luna park, non dobbiamo farlo nei fiumi o laghetti o in altri ambienti naturali, ma dobbiamo consegnarle a centri specializzati per il recupero di queste specie. Liberarle nel fiume dietro casa significherebbe creare antagonismi con le specie indigene”. Da sottolineare che dal 1° gennaio di quest’anno in Emilia-Romagna è  partito il progetto europeo LIFE14 NAT/IT/000209 EREMITA (che si concluderà il 31 dicembre 2020), nato per conservare le popolazioni residuali di 4 specie di invertebrati: Scarabeo eremita odoroso, Rosalia alpina, Ditisco a due fasce e Damigella di mercurio, tutti in forte rarefazione sul territorio regionale e non solo. La prima specie, che dà il nome la progetto, è un coleottero i cui adulti emettono un gradevole odore di cuoio, vive all’interno dei tronchi di alberi maturi; la Rosalia è anch’esso un coleottero che è tipico delle faggete  mature e soleggiate, il Ditisco è un coleottero acquatico di stagni con acque limpide e profonde e infine la damigella è una libellula di  habitat con acque limpide correnti. L’obiettivo generale sarà perseguito attuando azioni concrete di conservazione, realizzate in forma integrata e coordinata tra tutte le aree protette coinvolte nel progetto, sull’intero territorio dell’Emilia-Romagna. In foto una tartaruga Emys orbicularis (testuggine palustre europea) foto di Giancarlo Tedaldi.

E allora, appuntamento a mercoledì 6 aprile con l'escursione alla Grotta di Re Tiberio a cura delle guide del Parco regionale della Vena del Gesso Romagnola, con la collaborazione dell'Associazione La Nottola.

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Pubblicato il 01/04/2016 — ultima modifica 01/04/2016
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