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La memoria dell’Emilia-Romagna: gli alberi monumentali

Sono 532 gli alberi tutelati in regione: testimoni del passato, rifugio per fauna selvatica, messaggeri per il futuro

Rari esempi di maestosità e longevità, si distinguono per età e dimensioni, esemplari di particolare pregio naturalistico per rarità botanica, testimoni di eventi storici o custodi di memorie culturali. Sono gli alberi monumentali.

 

La tutela regionale del 1977. La Regione Emilia-Romagna fin dal 1977 ha emanato la legge n.2  di protezione della flora spontanea che all’art. 6 prevede “particolare tutela degli esemplari arborei singoli o in gruppi, in bosco o in filari di notevole pregio scientifico o monumentale”. A questa legge sono seguite: l’individuazione degli esemplari monumentali tramite il coinvolgimento di enti e associazioni; la verifica delle segnalazioni pervenute e la costituzione di un gruppo di lavoro per la valutazione di monumentalità degli alberi censiti. Fin da allora lo strumento di effettiva tutela è rappresentato da un Decreto del Presidente della Regione: i decreti emanati dal 1980 al 1997 hanno sottoposto a tutela 646 esemplari singoli, in gruppo, in filare e in boschetto. (In foto, il faggio di Verghereto)

 

Gli alberi monumentali d’Italia nella legge del 2013. È la legge n.10/2013 (e il successivo decreto attuativo) a decretare la definizione precisa di albero monumentale. Ai sensi dell’art.7 comma 1, per albero monumentale si intende: l'albero ad alto fusto isolato o parte di formazioni boschive naturali o artificiali, vale a dire l'albero secolare tipico; i filari e le alberate di particolare pregio paesaggistico, monumentale, storico e culturale, compresi quelli nei centri urbani; gli alberi ad alto fusto inseriti in particolari complessi architettonici di importanza storica e culturale, come ville, monasteri, chiese, orti botanici e residenze storiche private. Perché agli alberi monumentali sono riconosciuti sia un valore ambientale, sia un valore culturale: non è solo un grande albero di bell’aspetto, ma è soprattutto un sopravvissuto, una testimonianza di un paesaggio, di un ecosistema, di un uso del suolo e di una precisa fase della vita degli uomini che attraverso le generazioni l’hanno piantato e accudito. Ed è questa legge che ha istituto l’elenco degli alberi monumentali d’Italia e  che obbliga i Comuni a censire i propri alberi monumentali attraverso il coordinamento delle Regioni. A tale scopo la nostra Regione ha attivato una convenzione con il Corpo forestale dello Stato per supportare tali enti in questo compito. Alla convenzione hanno aderito 196 Comuni. Al momento sono in corso le istruttorie sulle proposte inoltrate dai Comuni, che hanno già portato a una prima approvazione di 62 esemplari selezionati tra quelli già oggetto di tutela regionale. Sarà compito, inoltre, del Corpo Forestale aggiornare l’elenco (le segnalazione arriveranno dalle Regioni) ed effettuare controlli annuali. (In foto, il pino di Faenza)

 

Criteri di monumentalità. In base al decreto attuativo della legge n. 10/2013 sono 7 i criteri che  rendono un albero monumentale:

  • Pregio naturalistico legato all’età e alle dimensioni, in relazione alla specie e alle condizioni ecologiche di vita. Contano la circonferenza del tronco, l’altezza, l’ampiezza e la proiezione della chioma;
  • pregio naturalistico legato a forma e portamento: la forma e il portamento delle piante è alla base del loro successo biologico e anche dell’importanza che a essi è stata sempre attribuita dall’uomo nel corso della storia;
  • valore ecologico, relativo alle presenze faunistiche che su di esso si insediano, con riferimento anche alla rarità delle specie coinvolte, al pericolo di estinzione e al particolare habitat che ne garantisce l’esistenza;
  • pregio naturalistico legato alla rarità botanica;
  • pregio naturalistico legato all’architettura vegetale, che riguarda particolari esemplari o gruppi organizzati in architetture vegetali basate su di un progetto architettonico unitario e riconoscibile, in sintonia o meno con altri manufatti architettonici;
  • pregio paesaggistico, che considera l'albero come possibile elemento distintivo, punto di riferimento, motivo di toponomastica ed elemento di continuità storica di un luogo;
  • pregio storico-culturale-religioso, che riguarda esemplari legati a particolari eventi della storia locale, tradizioni, leggende, riferimenti religiosi. (In foto, la farnia di Budrio)

 

Alberi monumentali tutelati a livello regionale. Al 2015 sono 532 gli esemplari tutelati. 130 nella provincia di Bologna; 100 a Modena; 82 a Reggio Emilia; 56 a Ravenna; 49 a Forlì-Cesena; 47 a Piacenza; 30 a Rimini; 20 a Parma; 18 a Ferrara. La banca dati degli alberi monumentali dell’Emilia-Romagna rende accessibile l'elenco degli esemplari arborei monumentali sottoposti a tutela dalla Regione.

 

La fauna selvatica degli alberi monumentali. In riferimento al valore ecologico, va ricordato che un grande albero molto vecchio, all’interno di un bosco o isolato nella campagna, svolge comunque un ruolo fondamentale di rifugio e nutrimento per molte specie animali. La ricchezza biologica che esso ospita è favorita dalla sua forma e dalle sue dimensioni, che creano innumerevoli nicchie ecologiche per una grande quantità di specie animali. Alcuni uccelli, infatti, scavano il nido e si procurano il cibo direttamente negli alberi, come il picchio rosso maggiore, il picchio verde e il picchio nero. Altri uccelli (la civetta, l’assiolo, il barbagianni, la cinciallegra, lo storno, solo per citarne alcuni) sfruttano le cavità per nidificare. (In foto, un picchio nero). Ci sono poi animali che, prevalentemente, vivono negli alberi: scoiattolo, ghiro, moscardino. E se vari mammiferi chirotteri originariamente forestali si sono adattati a vivere nei pressi delle abitazioni (pipistrello, serotino), altri sono restati prettamente forestali (nottola, vespertilio di Bechstein, barbasrello). E ci sono anche mammiferi carnivori che utilizzano le cavità, per lo più alla base degli alberi, come rifugi: è questo il caso di faine, puzzole e gatti selvatici. Un grande, vecchio albero, all’interno di un bosco o isolato, svolge un ruolo fondamentale di rifugio e nutrimento per molte specie animali. La ricchezza biologica che esso ospita è favorita dalla sua forma e dalle sue dimensioni, che creano numerose nicchie ecologiche per numerosi specie animali. E non dimentichiamoci poi anche dell’importanza del legno morto, che svolge una funzione importantissima nella conservazione della biodiversità. Un tronco d’albero diventa un vero e proprio palazzo abitato da numerose forme di vita che a loro volta diventano cibo per uccelli, pipistrelli e altri animali. Inoltre, il legno morto si ricopre di muschi e funghi che rappresentano risorse alimentari per molti animali ( (tra gli insetti che si nutrono di legno morto, per esempio, figurano coleotteri protetti dalla normativa europea come scarabeo eremita, cerambice della quercia e cervo volante). Un altro ruolo fondamentale del legno morto è quello di 'sequestrare' grandi quantità di anidride carbonica, impedendone quindi la sua ridiffusione in atmosfera. Il valore dei vecchi grandi alberi per la biodiversità locale è, comunque, sempre molto alto: la loro conservazione è riduttiva del loro valore e, quindi poco utile, se li si considerasse soltanto 'monumenti', come fossero edifici, e si procedesse a 'restauri' eliminando parti morte e deperienti. Su un vecchio albero di grandi dimensioni, insomma, si svolge un’attività straordinaria, che interessa tutti i livelli della vita dalla produzione di materia e di energia, al suo uso e alla sua degradazione. (In foto, un ganoderma su un ippocastano)

 

Conservazione: gli aspetti fitosanitari. Durante la sua vita un albero deve resistere ad aggressioni di natura biotica (es. patogeni), ambientale o antropica. Queste aggressioni modificano la condizioni di ‘equilibrio dinamico’ cui è legata la salute dell’albero, che entra, così, in quella condizione che è genericamente chiamata di ‘stress’. Lo ‘stress’ determina una maggiore suscettibilità all’aggressione di patogeni e insetti, ma se l’albero dispone di energie sufficienti lo stress è reversibile. Purtroppo, gli alberi monumentali sono in genere riconducibili alle fasi di maturità e vecchiaia, fasi caratterizzate da una minore capacità di reazione alle modifiche dell’ambiente o all’aggressione di agenti esterni. Ed è a questo punto che entra in gioco la salvaguardia: la salvaguardia di un albero monumentale può dirsi compiuta solo quando prevede la tutela e la conservazione non solo dell’albero, ma anche del contesto nel quale è inserito. Ovviamente, quando gli alberi monumentali sono inseriti in contesti in cui, per cause antropiche, avvengono delle modifiche essi sono più esposti all’aggressione di patogeni e, spesso, a un lento declino. Qualche esempio? Taglio delle radici di ancoraggio, danni al colletto, impermeabilizzazioni, modifiche delle caratteristiche del suolo e del regime delle acque determinano o accentuano il deperimento degli alberi. Per arginare questi rischi si deve procedere con la conservazione. Innanzitutto, gli alberi monumentali richiedono un costante e attento monitoraggio, per valutare la loro evoluzione e verificare cambiamenti nel sito di radicazione. Nel campo della conservazione vige poi il criterio della non ingerenza: se l’albero si trova in buone condizioni non serve intervenire. In caso contrario, è necessario individuare gli interventi, se sull’apparato radicale (nel caso di radici danneggiate o cavità alla base), su colletto e tronco (presenza di funghi, sollevamento della corteccia) o sulla chioma (rami secchi). A seconda del problema riscontrato si operano interventi specifici, tra cui rimonda (potatura base che consente di rimuovere tutte le parti secche, ammalate, spezzate dal vento, a rischio di caduta), riduzione del danno e consolidamento. Processi spesso lento e sempre molte delicati, che devono essere eseguiti esclusivamente da professionisti del settore. Sia gli alberi monumentali tutelati a livello regionale che gli esemplari inseriti nell’elenco degli alberi d’Italia sono intangibili. Solo per casi motivati e improcrastinabili nei quali deve essere accertata l’impossibilità di adottare soluzioni alternative, si possono realizzare interventi di modifiche della chioma e dell’apparato radicale, Per gli alberi tutelati a livello regionale, tali interventi devono essere preventivamente autorizzati dal Servizio Fitosanitario regionale, mentre per quelli inseriti nell’elenco degli alberi d’Italia è richiesto il parere vincolante del Corpo forestale dello Stato.  Al fine di garantire la tutela di tali alberi sono previste sanzioni da entrambe le leggi di riferimento.

I grandi vecchi. Tra i primi esemplari sottoposti a tutela meritano di essere ricordati la quercia di Scandiano, la farnia di Bologna, il platano di Carpinello e il castagno di Pian di Prò.

La quercia dei cento rami a Scandiano. Conosciuta dai reggiani come la ‘grande quercia’ o la ‘quercia dei cento rami’, la roverella (Quercus pubescens) si erge solitaria al culmine di un ripido colle, circondata dai vigneti, ed è visibile anche da grande distanza (ha un’altezza di una ventina di metri). Si trova a Rondinara di Scandiano ed è un simbolo per la cittadina reggiana e una tappa segnalata lungo i percorsi escursionistici dedicati al patrimonio culturale e naturalistico della Val Tresinaro (Sentiero 2 ‘Il Tresinaro e la grande Quercia’). L’età presunta supera i 200 anni. L’imponente tronco, che ha una circonferenza di 530 cm e si dirama in potenti branche e articolate ramificazioni, e la chioma a ombrello conferiscono all’esemplare una struttura di grande bellezza; la particolare posizione, inoltre, lo rende un elemento distintivo nel paesaggio, racchiudendo in sé tutte le caratteristiche per farne un monumento regionale e nazionale.

 

La farnia di via del Bordone a Bologna. La maestosa quercia domina il piccolo giardino di un antico nucleo rurale a lato di una stretta via a fondo cieco che percorre un tratto della prima campagna a nord di Bologna. Il suo fusto possente (470 cm di circonferenza) sostiene una chioma ampia e globosa, che si eleva per quasi 25 m di altezza allargando i suoi massicci rami in tutte le direzioni. La secolare farnia (Quercus robur), specie simbolo degli antichi boschi padani, è cresciuta mentre intorno, nell’ultimo secolo, il paesaggio cambiava profondamente, con la comparsa del non lontano quartiere fieristico. Il nucleo rurale accanto alla farnia, divenuto nel tempo una piccola scuola di campagna e poi un laboratorio di pasticceria, è oggi un moderno b&b, che come ricordo regala ai suoi ospiti le caratteristiche ghiande.

 

Il platano di Carpinello. Percorrendo l’autostrada A14 (al chilometro 82,5), o transitando lungo la strada provinciale che da Forlì porta a Cervia, subito dopo l’abitato di Carpinello, l’attenzione viene attirata da un albero che si erge solitario in mezzo ai campi coltivati. Si tratta di un platano orientale (Platanus orientalis) di dimensioni eccezionali, con una circonferenza di circa 720 cm e un’altezza di quasi 31 m. La chioma si espande su una superficie di oltre 900 m2 e l’età supera i 200 anni. Il platano faceva parte del parco di una delle tenute dei forlivesi conti Orsi Mangelli. Durante la seconda guerra mondiale le piante del parco furono abbattute per ricavare del legname: il platano fu risparmiato, considerata la sua dimensione già allora notevole. Rimase, così, l’unico superstite del parco di un tempo, mentre tutt’intorno il terreno fu destinato a uso agricolo. Nel dopoguerra, durante un temporale, un fulmine si abbatté sull’albero, spezzandogli la cima, ma la possente e vigorosa pianta è riuscita a cicatrizzare la ferita.

 

Il castagno di Pian di Prò. Siamo sull’Appennino piacentino, a quasi 1000 m di altitudine, all’incrocio di 4 province e di 3 regioni. Lasciato l’abitato di Barchi, salendo lungo la vicinale per Bertone, si prende una carraia che conduce a uno spazio aperto. Ed ecco, il castagno appare da lontano in mezzo a Pian di Prò. A nord la catena dell’Alfeo digrada bruscamente e descrive, con il complesso del Carmo, un grande e fertile pianoro. Tutt’attorno boschi di castagno che cambiano a faggio vicino ai crinali. I vecchi ricordano che i castagni originariamente erano tre: la gente del paese li chiamava le ‘tre sorelle’, ma due sono stati tagliati per soddisfare il bisogno di terra lavorabile che da queste parti è un bene prezioso. Con i suoi 650 cm di circonferenza al tronco, la pianta ha più di 300 anni. Mentre la pianta germogliava, volgeva al termine la dominazione spagnola in Italia per lasciare il posto a quella austriaca e ai tempi della Rivoluzione francese le fronde erano già robuste.

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Pubblicato il 16/03/2016 — ultima modifica 16/03/2016
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