sabato 22.09.2018
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Gli orti urbani per “coltivare il paesaggio”

Verdi, creativi e polifunzionali, sono uno strumento di partecipazione, di integrazione sociale e di riqualificazione di zone ai margini delle città

Verdi, creativi, polifunzionali. Sono gli orti urbani, aree dove coltivare frutta e verdura, far crescere fiori e piante aromatiche, ma anche in cui seminare buone relazioni, far germogliare inclusione e integrazione, innestando modelli sperimentali di vita comunitaria in contesti spesso ai margini della città. Perché zappando si stringono relazioni tra persone di età e di cultura diverse; ci si prende cura dello spazio pubblico, togliendo metri quadri ad asfalto e cemento; si riscoprono vecchie tradizioni e sapori perduti, mettendo più salute nel piatto; si dà ossigeno alle politiche ambientali per la riduzione dell’inquinamento e la mitigazione dei mutamenti climatici. Per definirli lo storico dell’urbanistica statunitense Richard Ingersoll ha coniato il termine di “agricivismo”: un insieme di pratiche di “microrigenerazione urbana diffusa”, di cui l’Emilia-Romagna è pioniera, attraverso i tanti orti – prima quelli sociali degli anziani, ora quelli comunitari, di cui molti nati dal basso – che punteggiano il paesaggio da Piacenza a Rimini, dando nuova vita a zone degradate, spazi incolti, aree ferroviarie, demaniali e perifluviali, cortili, tetti e terrazze, rotonde e parcheggi.

 

Dagli orti sociali agli orti polifunzionali

orti 2Gli orti sociali, intesi come porzioni agricole collocate in genere in luoghi non urbani e concesse da un ente pubblico come forma di welfare, hanno origine all’inizio del XIX secolo in Regno Unito. Successivamente si diffondono nell’est Europa, in Olanda, Svezia e Germania. In Italia assumono particolare importanza durante e subito dopo la seconda guerra mondiale, quando una legge consente ai cittadini di coltivare qualsiasi terreno incolto per aumentare la produzione alimentare: erano i cosiddetti “orticelli di guerra”.

In declino dagli anni Sessanta, negli anni Ottanta riconquistano interesse, assumendo funzioni diverse: si è iniziato a tenere un orto non solo per l’autoproduzione di ortaggi, ma per motivi ricreativi, di socialità, persino terapeutici e didattici. Un hobby che fa bene al corpo, allo spirito, alla comunità e all’ambiente.

Con il passaggio agli orti polifunzionali sono cambiate anche le persone che li gestiscono: dagli operai in pensione con un passato rurale, la platea si è allargata alle scolaresche, agli universitari fuori sede, alle giovani famiglie, ai nuovi cittadini. Gli spazi un tempo recintati stanno così diventando luoghi aperti della partecipazione e dell’integrazione sociale, intergenerazionale e interetnica, in cui non si bada più solo “al proprio orticello” e l’attività agricola è strumento per migliorare la vita civica e la qualità ambientale e paesaggistica. La presenza di coltivatori, orticoltori e giardinieri in contesti urbani rende la città più sensibile alle questioni della sostenibilità e anche più bella e sicura per la cura costante del territorio. L’ortolano si è fatto ortista: ortolano e attivista.

 

Le esperienze in Emilia-Romagna

orti 3Non esiste, purtroppo, un inventario degli orti urbani presenti in Emilia-Romagna. Ci sono archivi a livello comunale, come quello curato dalla Fondazione Villa Ghigi sull’orticoltura urbana a Bologna (nel 2014 sono stati individuate 162 aree ortive fra orti sociali, scolastici, condominiali, privati di interesse pubblico, religiosi e spontanei, per un’estensione complessiva di quasi 30 ettari) o quello del Comune di Reggio Emilia, che ha elaborato una “strategia orti” per “rivalorizzare aree dismesse o inutilizzate, e promuovere nuove forme di integrazione e coesione sociale attraverso la cura del verde cittadino e la pratica agricola”. Esistono poi mappature dal basso, come quelle raccolte da “Coltiviamo paesaggi”, una pubblicazione realizzata dalla Regione Emilia-Romagna nel 2016 nell’ambito del progetto di cooperazione europea “Hybrid Parks”. Ed esiste anche un centro di ricerche, il Rescue-Ab del Dipartimento di Scienze agrarie dell’Università di Bologna, che studia i sistemi colturali in ambito urbano e periurbano con l’obiettivo di trasformare la città in un “eco-laboratorio diffuso”.

 

Gli orti di via Salgari a Bologna

orti 4Sono in cinquecento, oggi, i soci dell’associazione Gli orti di via Salgari al quartiere Pilastro, il più grande complesso ortivo a Bologna e, molto probabilmente, uno dei più grandi in Italia. Gli orti sono 420, ognuno di circa 40 metri quadri. Vennero creati negli anni Ottanta dal sindaco Renato Zangheri, che negli orti vide per primo uno strumento di socializzazione per gli anziani e di recupero del territorio. In particolare, quelli di via Salgari nacquero per accompagnare l’edificazione del “Virgolone”, un complesso di edilizia popolare lungo alcune centinaia di metri, in cui trovarono casa molti immigrati dalla campagna emiliana e dal sud Italia.

I soci sono ancora prevalentemente pensionati, ma iniziano ad aumentare i giovani e gli stranieri. I gruppi etnici più numerosi provengono da Sri Lanka, sud America, Maghreb ed est Europa. “È una grandissima opportunità avere culture diverse, che vuole dire avere sapori e odori diversi – ha racconta la presidente Patrizia Prati al blog Pilastro 2016 –. Nell’orto vige la legge dello scambio e della gratuità per cui se io ho delle cose in più, te le do volentieri”. Ogni anno a settembre l’associazione organizza una “Festa degli aromi” in cui ci si scambiano ricette, gusti e profumi. “Creare momenti comuni è la nostra scommessa. Il tema condiviso è il mangiare, che è un linguaggio universale, e il fare festa insieme”.

 

Il Giardino di Gabrina a Reggio Emilia

orti 5È dedicato a Gabrina Degli Albeti, la più famosa erbaiola e guaritrice medievale di Reggio Emilia, processata per stregoneria nel 1375, il giardino di erbe officinali nato dall’opportunità che il Comune di Reggio Emilia ha offerto con il bando “I reggiani per esempio " all’associazione Acque Chiare – Bazzarole. Il Giardino di Gabrina è situato all’interno del Parco delle Acque chiare nella prima periferia della città ed è gestito dall’associazione di promozione sociale Gramigna, che ne ha fatto uno strumento didattico e di divulgazione, dove conoscere le proprietà di 50 diverse essenze officinali, aromatiche e tintorie, coltivate secondo i metodi biologici e biodinamici.

Gli studenti delle scuole primarie e secondarie di primo grado vengono coinvolti in laboratori di osservazione, sperimentazione e catalogazione delle erbe. Così si trasmettono i saperi e si crea un legame di appartenenza con il luogo, volto alla valorizzazione di tutto il Parco delle Acque chiare. Il giardino (500 metri quadri, delimitati da una siepe di lavanda) e le attività rivolte alle scuole sono curati da volontari: sono abitanti non solo della zona ma di altri quartieri, sono giovani e anziani, e ci sono anche persone con disabilità. Il giardino ha ricevuto donazioni da alcune aziende (piante, teli protettivi, contenitori per conservare le erbe essiccate) ed è sostenuto da piccoli contributi.

 

L’Orto Madiba a Rimini

orti 6Salvaguardia della salute, produzione di cibo sano, tutela della biodiversità e creazione di una rete di solidarietà a sostegno alle situazioni di povertà, emarginazione, sfruttamento e precarizzazione. Sono gli obiettivi dell’orto urbano autogestito, autofinanziato e Ogm-free Madiba di Rimini. L’orto, creato nel 2014 dal movimento Casa Madiba Network, si trova all'interno del parco XXV Aprile, appena fuori dal centro storico della città di Rimini, sul lato destro del vecchio alveo del fiume Marecchia, in prossimità di alcuni impianti di depurazione.

Le produzioni dell'Orto Madiba sono ricavate sia da agricoltura sinergica che tradizionale. L'orto è lavorato da persone disoccupate o che si trovano in condizioni di disagio e precarietà. Gli ortaggi, coltivati su un terreno pubblico, possono essere utilizzati da chiunque ne abbia bisogno, a prescindere dall'estrazione sociale, dalla cittadinanza e dalla storia personale. L’orto promuove inoltre attività formative ed eventi sull'agricoltura sinergica, la permacultura, l'agricoltura biodinamica, il compostaggio, nonché serate e incontri di informazione per rendere la comunità più sensibile e solidale.

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Pubblicato il 09/01/2018 — ultima modifica 09/01/2018
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