martedì 18.09.2018
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Negli alberi monumentali la memoria dell’Emilia-Romagna

Sono 107 gli esemplari in regione e si distinguono per età, dimensioni e per originale pregio naturalistico e botanico

Maestosi, longevi e soprattutto rari, si distinguono per età, dimensioni e per originale pregio naturalistico e botanico, e custodiscono la nostra memoria culturale: sono gli alberi monumentali, che l’Emilia-Romagna tutela dal lontano 1977 e che dal 2017, dopo quarant’anni, sono entrati a far parte dell’elenco degli AMI, gli Alberi Monumentali d’Italia.

Leggi e decreti, dal locale al nazionale. La Regione Emilia-Romagna, già nel 1977, ha emanato la legge n.2  di “protezione della flora spontanea, istituzione di un fondo per conservazione della natura e disciplina della raccolta dei prodotti del sottobosco”, la quale, all’art. 6, prevede la “particolare tutela degli esemplari arborei singoli o in gruppi, in bosco o in filari di notevole pregio alberi5scientifico o monumentale”. Tra le indicazioni e i divieti della legge ci sono l’assoluta intangibilità degli esemplari protetti, la possibilità di intervenire per mantenere un buono stato vegetativo e le sanzioni in caso di danneggiamento. Le piante sono state selezionate secondo un iter preciso: individuazione degli esemplari monumentali tramite il coinvolgimento di enti e associazioni; la verifica delle segnalazioni pervenute e la costituzione di un gruppo di lavoro per la valutazione di monumentalità degli alberi censiti. Fin da allora, lo strumento di effettiva tutela è rappresentato da un decreto del Presidente della Regione, e l’attività di tutela è frutto della collaborazione tra il Servizio Aree Protette, Foreste e Sviluppo della Montagna, l’Istituto per i Beni Artistici Culturali e Naturali e il Servizio Fitosanitario regionale.

Ad oggi, 646 esemplari singoli, in gruppo, in filare e in boschetto sono stati posti sotto tutela, nonostante sia stato necessario revocare il vincolo a 73 esemplari, nel frattempo morti o in situazione di grave compromissione e perciò pericolosi. La Regione contribuisce alla loro  salvaguardia (cfr. Conservazione: gli aspetti fitosanitari), attraverso fondi assegnati ai Comuni richiedenti da parte dell’Istituto per i Beni Artistici Culturali e Naturali; per il 2018 l’ammontare stanziato è di 48.000 euro, ed è stato previsto altrettanto per il 2019 e il 2020, con un incremento di 30.000 euro rispetto al 2017.

A livello nazionale sono la Legge n. 10 del 14 gennaio 2013, le “Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani”, e il successivo decreto attuativo ad attestare la definizione precisa di albero monumentale e i criteri che lo rendono tale. Ai sensi dell’art. 7 comma 1, per albero monumentale si intende:

  • l'albero ad alto fusto isolato o parte di formazioni boschive naturali o artificiali, vale a dire l'albero secolare tipico;
  • i filari e le alberate di particolare pregio paesaggistico, monumentale, storico e culturale, compresi quelli nei centri urbani;
  • gli alberi ad alto fusto inseriti in particolari complessi architettonici di importanza storica e culturale, come ville, monasteri, chiese, orti botanici e residenze storiche private.

 

D’altro canto, sono 7 i criteri che  permettono di definire un albero come “monumentale”. Nello specifico:

  1. pregio naturalistico legato all’età e alle dimensioni, in relazione alla specie e alle condizioni ecologiche di vita (da valutare circonferenza del tronco, altezza, ampiezza e proiezione della chioma ecc.);
  2. pregio naturalistico legato a forma e portamento della pianta, fattori alla base del suo successo biologico e, perciò, dell’importanza che le è stata attribuita dall’uomo nel corso del tempo;
  3. valore ecologico, relativo alle presenze faunistiche che su di esso si insediano, con riferimento anche alla rarità delle specie coinvolte, al pericolo di estinzione e al particolare habitat che ne garantisce l’esistenza (cfr. La fauna selvatica degli alberi monumentali);
  4. pregio naturalistico legato alla rarità botanica;
  5. pregio naturalistico legato all’architettura vegetale (da valutare, ad esempio, gruppi vegetali organizzati in architetture basate su di un progetto architettonico unitario e riconoscibile, in sintonia o meno con altri manufatti architettonici ecc.);
  6. pregio paesaggistico, che considera l'albero come possibile elemento distintivo, punto di riferimento, motivo di toponomastica ed elemento di continuità storica di un luogo;
  7. pregio storico-culturale-religioso, che riguarda esemplari legati a particolari eventi della storia locale, tradizioni, leggende, riferimenti religiosi. (In foto, la farnia di Budrio)

Quindi, più in generale, agli alberi monumentali è riconosciuto anche un valore culturale, oltre che puramente ambientale, poiché non sono solamente grandi esemplari di bell’aspetto, ma sono, forse soprattutto, “sopravvissuti alla storia”, nel senso di testimonianze di paesaggio, di un ecosistema, di un uso del suolo e di una precisa fase della vita degli uomini che, attraverso le generazioni, li hanno piantati e accuditi. 

La legge n. 10 del 2013, nel solco del rispetto nei confronti di questi testimoni dello sviluppo umano, ha istituto l’elenco degli Alberi Monumentali d’Italia (AMI), invitando a tal fine i Comuni a censire i propri alberi attraverso il coordinamento delle Regioni, le quali redigonoalberi4 l’elenco e lo trasmettono, previa approvazione, al Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali; è, poi, quest’ultimo a compilare la lista completa degli esemplari d’Italia, pubblicandolo sul sito internet e aggiornandolo semestralmente. Lo stesso Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali, con il decreto n. 5450 del 19 dicembre 2017,  ha infine approvato il primo elenco ufficiale degli Alberi Monumentali d’Italia, comprendente 2.407 esemplari, suddivisi regionalmente, e distintisi per importanza storica, culturale, religiosa, per valore biologico ed ecologico.

Tornando al livello  locale, in Emilia-Romagna hanno aderito al primo censimento nazionale 196 Comuni, e sono state valutate oltre 600 proposte, formulate compilando una scheda contenente: dati identificativi, localizzazione geografica, contesto nel quale l’albero è inserito, gli aspetti di monumentalità, la tassonomia, dati dimensionali, condizioni vegetative, lo stato fitosanitario e una dettagliata documentazione fotografica. Alla fine, è stato stilato un elenco di 107 esemplari da proporre al Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali. Di questi 107, 100 sono alberi singoli e 6 gruppi secondo questa distribuzione territoriale: 34 per la provincia di Bologna, 8 per quella di Ferrara, 13 quella di Forlì-Cesena, 15 quella di Modena, 12 quella di Parma, 7 quella di Piacenza, 9 quella di Ravenna, 6  quella di Reggio Emilia e 3 quella di Rimini.

Molti di questi alberi si trovano all’interno di parchi o giardini di ville storiche. Informazioni di dettaglio sugli esemplari tutelati sono disponibili a partire dal sito Ambiente della Regione Emilia-Romagna e da quello del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali. Va ricordato, ad ogni modo, che il censimento è sempre aperto e i Comuni possono segnalare un nuovo candidato in ogni momento. Il Ministero, nell’ottica di mantenere vivo l’interesse sull’argomento, sta portando avanti  diverse attività, come la realizzazione di  una pubblicazione in cui viene  presentata una selezione di alberi tutelati per ogni Regione e la messa a punto di un modello di  cartellonistica da apporre vicino ai soggetti interessati.

La fauna selvatica degli alberi monumentali. In riferimento al valore ecologico, un grande albero molto vecchio, all’interno di un bosco o isolato nella campagna, svolge un ruolo fondamentale di rifugio e nutrimento per molte specie animali. La ricchezza biologica che esso ospita è favorita dalla sua forma e dalle sue dimensioni, che creano innumerevoli nicchie ecologiche per una grande quantità di specie animali. Alcuni uccelli, infatti, scavano il nido e si procurano il cibo direttamente negli alberi, come il picchio rosso maggiore, il picchio verde e il picchio nero. Altri uccelli (la civetta, l’assiolo, il barbagianni, la cinciallegra, lo storno, solo per citarne alcuni) sfruttano le cavità per nidificare.

Ci sono poi animali che vivono direttamente negli alberi, almeno prevalentemente, come scoiattolo, ghiro e moscardino, mentre se vari mammiferi chirotteri, originariamente forestali, si sono adattati a vivere nei pressi delle abitazioni (vedi il pipistrello e il serotino), altri sono Alberi3rimasti fedeli alle “vecchie abitudini”, come la nottola, il vespertilio di Bechstein o il barbastello. Ci sono, inoltre, mammiferi carnivori che utilizzano le cavità, per lo più alla base degli alberi, come rifugi: è questo il caso di faine, puzzole e gatti selvatici. Non dimentichiamoci, poi, dell’importanza del legno morto, che svolge una funzione importantissima nella conservazione della biodiversità: un tronco d’albero morto si ricopre di muschi e funghi, che rappresentano risorse alimentari per molti esseri viventi, tra i quali gli insetti, come ad esempio i coleotteri protetti da normativa europea: scarabeo eremita, cerambice della quercia e cervo volante. Un altro ruolo fondamentale del legno morto è quello di “sequestrare” grandi quantità di anidride carbonica, impedendone così la sua ridiffusione in atmosfera.

Il valore dei vecchi e grandi alberi per la biodiversità locale è quindi altissimo e bisogna prestare molta attenzione alla loro conservazione, perché questa risulterebbe quasi riduttiva, poco utile, se li si considerasse soltanto “monumenti” al pari di edifici e si procedesse a “restauri” eliminando parti morte e deperienti: su di loro, dentro di loro, si svolge un’attività vitale straordinaria, che interessa tutti i livelli di produzione di materia e di energia, e va salvaguardata al meglio.

 

 

Conservazione: gli aspetti fitosanitari. Durante la sua vita, un albero deve resistere ad aggressioni di natura biotica, ambientale o antropica. Queste aggressioni modificano la condizioni di “equilibrio dinamico” cui è legata la salute dell’albero, che entra, così, in quella condizione genericamente definita di stress. Lo stress determina una maggiore suscettibilità all’aggressione di patogeni e insetti, ma se l’albero disponesse di sufficienti energie, questo stato sarebbe facilmente reversibile.

Purtroppo, gli alberi monumentali sono generalmente in fase di maturità e vecchiaia, perciò caratterizzati da una minore capacità di reazione alle modifiche dell’ambiente o all’aggressione di agenti esterni. È proprio a questo punto che entra in gioco la salvaguardia dell’esemplare, che può dirsi compiuta solo quando tocca sia l’albero sia il contesto in cui esso è inserito.

Ovviamente, quando tali contesti presuppongono interventi di origine antropica che modificano gli esemplari in oggetto, la probabilità di esposizione agli agenti patogeni cresce di molto e con essa l’inevitabile declino dell’albero. Qualche esempio? Taglio delle radici di ancoraggio, danni al colletto, impermeabilizzazioni, modifiche delle caratteristiche del suolo e del regime delle acque. Innanzitutto, gli alberi monumentali richiedono un costante e attento monitoraggio, per valutare la loro evoluzione e verificare cambiamenti Alberi2 nel  sito di radicazione. Nel campo della conservazione, d’altro canto, vige il criterio della non ingerenza: se l’albero si trova in buone condizioni, non serve intervenire; in caso contrario, è necessario capire come e dove operare, se sull’apparato radicale (ad esempio se in presenza di radici danneggiate o cavità alla base), su colletto e tronco (ad esempio in presenza di funghi e sollevamento della corteccia), o sulla chioma (ad esempio con i rami secchi).

A seconda del problema riscontrato si procede con interventi specifici, tra cui la “rimonda”, ovvero la potatura base che consente di rimuovere tutte le parti secche, ammalate, spezzate dal vento o a rischio di caduta, la riduzione del danno e il consolidamento. Sono, ad ogni modo, tutti processi spesso lenti e molto delicati, che devono essere eseguiti esclusivamente da professionisti del settore. 

Sia gli alberi monumentali tutelati a livello regionale sia quelli inseriti nell’elenco degli alberi d’Italia sono intangibili: solo per casi motivati e improcrastinabili, per i quali deve essere accertata l’impossibilità di adottare soluzioni alternative, si possono realizzare interventi di modifiche della chioma e dell’apparato radicale. Per gli alberi tutelati a livello regionale, tali interventi devono essere preventivamente valutati dal Servizio Fitosanitario regionale, mentre per quelli inseriti nell’elenco degli Alberi Monumentali d’Italia è richiesto il parere vincolante del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali.

I “grandi vecchi”. Tra i primi esemplari sottoposti a tutela meritano di essere ricordati in particolare la quercia di Scandiano, la farnia di Bologna, il platano di Carpinello e il castagno di Pian di Prò.

La quercia dei cento rami a Scandiano. Conosciuta dai reggiani come la “Grande quercia” o la “Quercia dei cento rami”, la roverella (Quercus pubescens) si erge solitaria al culmine di un ripido colle, circondata dai vigneti, ed è visibile anche da grande distanza (ha un’altezza di una ventina di metri). Si trova a Rondinara di Scandiano ed è un simbolo per la cittadina reggiana e una tappa segnalata  lungo i percorsi escursionistici dedicati al patrimonio culturale e naturalistico della Val Tresinaro (Sentiero 2 “Il Tresinaro e la grande Quercia”). L’età presunta supera i 200 anni. L’imponente tronco, che ha una circonferenza di 530 centimetri e si dirama in potenti branche e articolate ramificazioni, e la chioma a ombrello conferiscono all’esemplare una struttura di grande bellezza; la particolare posizione, inoltre, lo rende un elemento distintivo nel paesaggio, racchiudendo in sé tutte le caratteristiche per farne un monumento regionale e nazionale.

La farnia di via del Bordone a Bologna. La maestosa quercia domina il piccolo giardino di un antico nucleo rurale a lato di una stretta via a fondo cieco che percorre un tratto della prima campagna a nord di Bologna. Il suo fusto possente (470 centimetri di circonferenza) sostiene una chioma ampia e globosa, che si eleva per quasi 25 metri di altezza allargando i suoi massicci rami in tutte le direzioni. La secolare farnia (Quercus robur), specie simbolo degli antichi boschi padani, è cresciuta mentre intorno, nell’ultimo secolo, il paesaggio cambiava profondamente, con la comparsa del non lontano quartiere fieristico. Il nucleo rurale accanto alla farnia, divenuto nel tempo una piccola scuola di campagna e poi un laboratorio di pasticceria, è oggi un moderno b&b, che come ricordo regala ai suoi ospiti le caratteristiche ghiande.

Il platano di Carpinello. Percorrendo l’autostrada A14 (al chilometro 82,5), o transitando lungo la strada provinciale che da Forlì porta a Cervia, subito dopo l’abitato di Carpinello, l’attenzione viene attirata da un albero che si erge solitario in mezzo ai campi coltivati. Si tratta di un platano orientale (Platanus orientalis) di dimensioni eccezionali, con una circonferenza di circa 720 centimetri e un’altezza di alberi1quasi 31 metri. La chioma si espande su una superficie di oltre 900 metri quadri e l’età supera i 200 anni. Il platano faceva parte del parco di una delle tenute della famiglia forlivese Orsi Mangelli. Durante la seconda guerra mondiale le piante del parco furono abbattute per ricavare del legname: il platano fu risparmiato, considerata la sua dimensione già allora notevole. Rimase, così, l’unico superstite del parco di un tempo, mentre tutt’intorno il terreno fu destinato a uso agricolo. Nel dopoguerra, durante un temporale, un fulmine si abbatté sull’albero, spezzandogli la cima, ma la possente e vigorosa pianta è riuscita a cicatrizzare la ferita.

Il castagno di Pian di Prò. Si trova sull’Appennino piacentino, a quasi 1.000 metri di altitudine, all’incrocio di 4 province e di 3 regioni. Lasciato l’abitato di Barchi, salendo lungo la vicinale per Bertone, si prende una carraia che conduce a uno spazio aperto. Ed ecco, il castagno appare da lontano in mezzo a Pian di Prò. A nord la catena dell’Alfeo digrada bruscamente e descrive, con il complesso del Carmo, un grande e fertile pianoro. Tutt’attorno boschi di castagno che cambiano a faggio vicino ai crinali. I vecchi ricordano che i castagni originariamente erano tre: la gente del paese li chiamava le “Tre sorelle”, ma due sono stati tagliati per soddisfare il bisogno di terra lavorabile che da queste parti è un bene prezioso. Con i suoi 650 centimetri di circonferenza al tronco, la pianta ha più di 300 anni. Mentre la pianta germogliava, volgeva al termine la dominazione spagnola in Italia per lasciare il posto a quella austriaca e ai tempi della Rivoluzione francese le fronde erano già robuste.

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Pubblicato il 11/09/2018 — ultima modifica 11/09/2018
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