Geologia, sismica e suoli

Quartiere di Porta Piera

mappa (jpg, 92.59 KB)1. Mura bizantine preromaniche: la prima cerchia
2. Chiesa della Madonna di Galliera
3. Cattedrale di San Pietro: lacerti di strutture antiche
4. Torre Prendiparte detta Coronata
5. Palazzo Boncompagni (ora Benelli): particolare di un capitello del portale
6. Basamenti o plinti
7. Masso ciclopico
8. Torre degli Uguzzoni: il portale
9. Mascherone in chiave di volta all’ingresso orientale del Ghetto
10. Mascherone in chiave di volta all’ingresso orientale del Ghetto
11. Mura dei Torresotti
12. Torresotto di Porta San Vitale
13. Palazzina di caccia detta della Viola

Mura bizantine preromaniche: la prima cerchia (selenite)1. Mura bizantine preromaniche: la prima cerchia (selenite)

Questi blocchi in selenite sovrapposti a secco sono ritenuti gli unici resti intatti della “prima cerchia” di mura della città di Bologna, conosciuta anche come Cerchia di Selenite che racchiuse per tutto l’alto medioevo fino all’età comunale la città di Bologna. Si trovano nel cortile di Casa Conoscenti in via Manzoni n. 6. Non è stato ancora stabilito con sicurezza il periodo in cui la città retratta si arroccò costretta dalle alte mura. Si parla del V secolo ma potrebbe anche essere la fine del IV secolo. A questo proposito sappiamo che: “Alarico attaccò le città dell’Emilia, che avevano rifiutato di accettare subito Attalo come imperatore. Senza alcuna difficoltà le sottomise tutte ad eccezione di Bononia che resistette per parecchi giorni all’assedio: perciò Alarico non potendo conquistarla, si recò in Liguria…” (Zosimo, Storia Nuova, VI, 10). Agli inizi del V secolo Bologna doveva quindi essere una città fortificata.

Chiesa della Madonna di Galliera (arenaria)2. Chiesa della Madonna di Galliera (arenaria)

Si trova in via Manzoni dove nel 1304 esisteva già un luogo di culto sotto la vicina Parrocchia di San Colombano. La facciata, con elementi in arenaria, venne edificata tra il 1479 e il 1492. Nel 1623 un frate bolognese della congregazione di San Filippo Neri con i finanziamenti concessi da papa Gregorio XV Ludovisi, già arcivescovo di Bologna, portò alcuni confratelli in questo sito e nel 1684 fu costruita una chiesa, su progetto dell’architetto G.B. Torri, che manteneva l’antica facciata del XV secolo. Come si può osservare nel particolare qui riprodotto, l’arenaria, di pessima qualità, appare fortemente degradata. Già le foto di fine ‘800 ce la mostrano completamente sfarinata.

 

Catedrale di San Pietro: lacerti di strutture antiche (cotto, selenite)3. Cattedrale di San Pietro: lacerti di strutture antiche (cotto, selenite)

Si osservano sul lato della cattedrale prospiciente via Altabella, sotto il portico. In particolare, sulla sinistra è visibile quanto resta dell’antica porta d’ingresso dell’abitazione del “Portinarius domini Episcopi” e subito a destra si può notare il montante e parte dell’arco romanico della “Porta magna Episcopatus” o “Porta dei Dottori” perché di qui uscivano gli Scolari addottorati . Bologna è piena di monumenti restaurati a fine ‘800 e nei primi anni del ‘900 “in stile medievale”; mostra però tutt’oggi un numero impressionante di lacerti di porte, finestre, architravi, soglie riferibili all’XI-XIV secolo sicuramente originali.

4. Torre Prendiparte detta Coronata (cotto, selenite)

Torre Prendiparte detta Coronata (cotto, selenite)Costruita nella seconda metà del XII secolo, svetta in fondo a via Sant’Alò, di fianco al Palazzo dell’Arcivescovado. Le nove fila di parallelepipedi della base in selenite furono più volte restaurati. In cima alla torre, alta 59,50 metri, vi è una caratteristica risega, a 4 cuspidi per lato, che assomigliando ad una corona ha dato il soprannome al monumento. Lo spessore dei muri alla base è di 2,80 metri che si riduce progressivamente sino a 1,35 metri alla sommità. Come tutte le torri medievali bolognesi si tratta di una muratura a sacco: due cortine di laterizio racchiudono un conglomerato di ciottoli di fiume cementati da calce bianca. Tenuto conto delle dimensione del lato alla base, 9 metri circa, e dello spessore dei muri, sempre alla base, è presumibile che la torre fosse progettata per essere più alta. Nonè neppure escluso, fatto questo accaduto a molte altre torri bolognesi, che sia stata successivamente mozzata. La torre venne adibita nel XVIII secolo a prigione per il foro ecclesiastico e poi divenne privata abitazione. A 18 metri dal suolo vi è lo stemma in arenaria, oggi molto degradato, del primo Arcivescovo di Bologna Gabriele Paleotti. Accanto, in via Albiroli n. 3, vi è un troncone della torre Guidozagni eretta nel XIII secolo, ma oggi quasi interamente rifatta.

Palazzo Boncompagni (ora Benelli): particolare di un capitello del portale (arenaria)5. Palazzo Boncompagni (ora Benelli): particolare di un capitello del portale (arenaria)

Il palazzo, situato in via del Monte n. 8, venne costruito tra gli inizi e la metà del XVI secolo su disegno di Jacopo Barozzi, detto il Vignola, per volere della ricca famiglia Boncompagni e in particolare di Ugo Boncompagni, divenuto Papa nel 1572 con il nome di Gregorio XIII, famoso per aver riformato il calendario. Il palazzo, che ha all’interno colonne e capitelli in arenaria attribuiti ad Andrea Marchesi da Formigine, aveva nel portale l’elemento più importante e prezioso. Le foto Alinari (primi anni del ‘900) mostrano le colonne, i capitelli e le decorazioni della cimasa ancora in un buon stato di conservazione. Nel 1960 il portale era ancora integro, mentre oggi, a causa degli inquinanti atmosferici, è molto deteriorato.

6. Basamenti o plinti (selenite)

La maggior parte delle case antiche di Bologna aveva il portico con le colonne in legno. Col tempo le colonne vennero rivestite con mattoni o sostituite integralmente da strutture in cotto. In un gran numero di documenti della fine del XVII secolo e degli inizi del XVIII risulta come la Commissione di Ornato invitasse, in occasione di richieste di ristrutturazioni o di invasione di suolo pubblico, i proprietari di edifici a sostituire le colonne in legno con elementi in pietra - in genere arenaria - o in cotto. Era in passato prassi consolidata quella di interporre tra la base della colonna in legno e la superficie del suolo un blocco di selenite, pietra che, per la bassissima porosità efficace, proteggeva così il legno dalla risalita capillare dell’acqua piovana. La foto riguarda un particolare delle Case Vinelli in via Marsala n. 17 ed è una riproduzione abbastanza fedele di come si presentavano un tempo le colonne e i portici di Bologna.

Masso ciclopico (selenite)7. Masso ciclopico (selenite)

Si trova in via Oberdan oggi inserito nel portico in corrispondenza del numero civico 18. Come altri massi simili come quello visibile ai piedi della torre Prendiparte, quelli ritrovati durante gli scavi nel cortile del Comune o quello che si trova nella Cripta dei Santi Vitale e Agricola in Arena, faceva certamente parte di un monumento più antico ed è quindi di risulta. Si può avanzare l’ipotesi che appartenesse alla “prima cerchia” di mura oppure ad un precedente monumento di età romana.

 

Torre degli Uguzzoni: il portale (cotto, selenite)8. Torre degli Uguzzoni: il portale (cotto, selenite)

La torre, situata in vicolo Mandria nel Ghetto Ebraico, fu costruita nel XIII secolo, e a differenza delle altre torri - dell’XI, XII secolo - presenta un’elegante porta a sesto acuto all’incirca a livello del suolo che già esisteva all’epoca della sua costruzione. Questa torre, coi due cavalcavia che la fiancheggiano, rappresenta uno degli angoli più caratteristici della Bologna Medievale. Uno dei cavalcavia ha una bella finestra in terracotta di foggia quattrocentesca. Al contrario delle torri vicine - Asinelli, Garisenda, Altabella, Prendiparte - qui alcuni blocchi di selenite del basamento sembrano, almeno in parte, d’epoca, vale a dire non sostituiti durante i restauri di fine ‘800 e primi ‘900.

 

9. Mascherone in chiave di volta all’ingresso orientale del Ghetto (arenaria)

Mascherone in chiave di volta all’ingresso orientale del Ghetto (arenaria)Questo voltone si affaccia su una piazzetta in via Zamboni di fianco alla Chiesa dedicata a San Donato e fiancheggia l’antico palazzo Manzoli, poi Malvasia, di origini duecentesche di cui restano solo alcuni archi di porte. Il palazzo subì diverse riforme la prima nel Cinquecento poi nel 1760 ad opera dell’architetto Francesco Tavolini. Secondo quanto riportato dalla “Guida di Bologna” di Corrado Ricci e Guido Zucchini, i proprietari, attraverso una cannula inserita nella bocca del mascherone, qui riprodotto, versavano al popolo fiumi di vino in occasione della nomina a Gonfaloniere di un membro della loro famiglia.

10. Mascherone in chiave di volta all’ingresso orientale del Ghetto

La chiesa venne costruita tra il 1267 e il 1315. In origine era a tre navate e triabsidata e venne ridotta nella forma attuale tra il 1493 e il 1498. La sua origine risale quindi al XIII secolo quando numerosi ordini monastici, già presenti in città, si attestarono accanto alle mura della seconda cerchia spartendosi equamente l’ambito di influenza all’interno della città: i Domenicani a sud, e gli Agostiniani di San Giacomo a est; i Francescani a ovest, i Carmelitani di San Martino Maggiore o dell’Aposa a nord e i Serviti della Madonna a est-sud/est. La chiesa è intitolata a San Giacomo Maggiore, il cui corpo riposa nel celeberrimo Santuario di Compostela nella città galiziana di Santiago. In vari punti dell’edificio è possibile osservare la conchiglia - il Pecten chiamata dai francesi Conchiglia di San Giacomo - che era, assieme al bastone e alla bisaccia, l’emblema dei pellegrini sul cammino di Santiago. La conchiglia, portata appesa al collo, serviva per dissetarsi alle fonti. La chiesa con l’annesso oratorio di Santa Cecilia è ricca di opere d’arte e tra queste si segnala la cappella dei Bentivoglio. Il magnifico portico laterale, su via Zamboni, venne costruito tra gli anni 1477 e 1481 per volere di Giovanni II Bentivoglio. Sul campanile vi era una celebre campana in bronzo che, quando suonava a distesa, chiamava a raccolta i fazionari bentivoglieschi che accorrevano nella piazzola antistante la chiesa al grido di “Sega! Sega!”. Atterrata e fatta a pezzi, quando i Bentivoglio vennero cacciati la prima volta da Bologna, venne fusa da Michelangelo nella celebre fabbriceria di piazza Galvani e prese le sembianze di Papa Giulio II. La statua venne posizionata sulla facciata della Basilica di San Petronio. Quando i Bentivoglio si ripresero momentaneamente Bologna, la statua venne a sua volta, il 30 dicembre del 1511, fatta a pezzi e venduta al Duca di Ferrara che la trasformò in un cannone che, per sfregio al famigerato “Papa guerriero”, venne chiamato “Giulia”.

11. Mura dei Torresotti (cotto)

Mura dei Torresotti (cotto)Questo lembo di mura merlato addossato alla cappella di Santa Cecilia e a ridosso del porticato della Chiesa di San Giacomo Maggiore apparteneva - è tra i pochi rimasti - alla seconda cerchia detta dei torresotti o dei serragli o delle torri o ancora, ma impropriamente, del Mille. Altri frammenti possono essere osservati in vicolo Posterla, in piazza Aldrovandi e in corrispondenza di via Maggia. In realtà la seconda cerchia di mura, che portò la superficie della civitas retratta vale a dire l’oppidum altomedievale cinto da mura di selenite da una superficie di circa 20 ettari a circa 100 ettari in modo tale da inglobare i borghi che si erano sviluppati fuori dal perimetro murario, venne costruita durante l’ultimo trentennio del XII secolo. Dopo pochi decenni anche questa seconda cerchia risultò inadeguata: lo Studio Bolognese attirava migliaia di studenti da tutta Europa, sul fiume Reno - a poca distanza dalla città - era sorta la prima cartiera d’Europa ad opera di mastro Polese da Fabriano e a Bologna si dava inizio all’industria della seta di cui la città restò regina in Europa per circa sei secoli. Allo scopo di muovere le macchine (i molini da grano prima e i filatogli poi) nel XII secolo l’acqua del fiume Reno era stata convogliata in città con la chiusa di Casalecchio e, dopo pochi anni, anche quella del torrente Savena (allora si diceva la Savena) con la chiusa di San Rufillo venne fatta entrare in città da Porta Castiglione. La città si cinse così di una terza cerchia di mura che restarono praticamente intatte sino ai primi del ‘900; questa cerchia detta la Circla, che corrispondeva pressappoco agli attuali viali di circonvallazione, racchiudeva un’area di circa 420 ettari. Della cerchia “del Mille” restano inoltre i serragli di San Vitale, Castiglione, Porta Nova, dei Piella (o Porta Govese).

Torresotto di Porta San Vitale (cotto, selenite)12. Torresotto di Porta San Vitale (cotto, selenite)

È uno dei quattro serragli delle mura penultime rimasto ancora praticamente intatto: la torretta terminale è tuttavia un’aggiunta quattrocentesca. Oltre a questo Serraglio ci restano quelli di Castiglione, all’incrocio con via Cartoleria Vecchia, quello di Porta Govese detto anche dei Piella e quello di Porta Nova. Spianando le fosse che limitavano all’esterno la cerchia dei torresotti si ottenne a est la selicata di Strada Maggiore - oggi piazza Aldrovandi - a ovest la selicata di San Francesco - oggi piazza Malpighi. Si può notare come nella costruzione di queste porte-torri veniva ancora usata la selenite, il cui utilizzo, come pietra da costruzione, fu poi quasi completamente abbandonato. Un quinto torresotto, quello del Poggiale (che si trovava in via Nazario Sauro), era giunto in buone condizioni sino al 1943 quando venne distrutto dai bombardamenti aerei anglo-americani.

13. Palazzina di caccia detta della Viola (cotto, calcare)

Palazzina di caccia detta della Viola (cotto, calcare)Fu fatta costruire da Annibale Bentivoglio verso la fine del 1400 e venne completata ai tempi di Giovanni II. Come segno della sua potenza Giovanni non soltanto completò la Domus Magna di Bologna la cui fabbrica aveva avuto inizio con Sante Bentivoglio nell’aprile del 1460, ma anche questa graziosa palazzina intesa come Domus Jocunditatis vale a dire luogo per battute di caccia, feste informali e incontri galanti per il Dominus stesso e per i suoi figli. Rappresentava un lembo di bosco all’interno delle mura della città. La Domus Magna, uno dei palazzi più belli d’Italia e forse d’Europa venne distrutto e raso al suolo dal popolo su istigazione di Papa Giulio II quando Bologna era ormai caduta definitivamente in mano alla Chiesa. Ogni cosa venne data alle fiamme o depredata sino ai singoli mattoni che formavano l’edificio. Nessun edificio civile in Italia, se non forse il palazzo ducale d’Urbino, poteva uguagliarlo per eleganza e per bellezza. Sappiamo che oltre a cinque vastissime sale, si contavano duecentoquarantaquattro camere, con splendide tappezzerie, mobilie, dorature e quadri d’artisti allora in gran voga. Di esso oggi ci resta solo un toponimo, via del Guasto, e la piccola montagnola di detriti con cui termina a nord questa stradina. La palazzina della Viola, che era una delle tante residenze dei Bentivoglio, come il Castello del Paese omonimo o la Casa della Ragione a Budrio, si salvò dal brutale saccheggio.

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