Geologia, sismica e suoli

Quartiere di Porta Stiera

Quartiere di Porta Stiera

1  Fontana del Nettuno
2  La Madonna di Piazza
3  La grande Finestra Serliana
4  I merli accecati
5  La Fontana Vecchia
6  Tempio di S. Salvatore: statua di San Luca
7  Uno dei due cardini di Porta Nova
8  La tomba di Accursio e del figlio Francesco
9  Basilica di San Francesco: il portale monumentale
10  Capitello con effigie di Giovanni II Bentivoglio, Signore di Bologna
11  Grada sul Canale Reno

 

1 Fontana del Nettuno (calcari vari)

Detta del Gigante, è uno dei monumenti più caratteristici della città. La piazza in cui si trova fu aperta nel 1564 demolendo un gran numero di piccole costruzioni. L’architetto della costruzione fu Tommaso Laureti scultore e pittore palermitano. Per realizzare la statua del Nettuno fece venire da Firenze lo scultore fiammingo Jean de Boulogne, detto il Giambologna. Per la fusione della statua in bronzo, questi si avvalse dell’opera del celebre ed espertissimo fonditore Zanobio Portigiani. La statua venne fusa nella Fabbriceria di San Petronio che si trovava in una casa dell'attuale piazza Galvani, detta dell’Accademia o delle Scuole o del Pavaglione. Sul lato a ovest della piazza è oggi murata una lapide, densa di storia, che recita:Fontana del Nettuno (calcari vari)

 

IN QUESTE CASE
DELLA FABBRICERIA DI SAN PETRONIO
IN UNA GRANDE STANZA A PIANO TERRA
MICHELANGELO NEL 1506 FUSE LA STATUA DI GIULIO II
GIAMBOLOGNA NEL 1564 FUSE IL NETTUNO
MENGANTI NEL 1580 FUSE LA STATUA DI GREGORIO XIII
QUI NEL PRINCIPIO DEL CINQUECENTO
ABITÒ ED EBBE BOTTEGA LO SCULTORE FERRARESE
ALFONSO LOMBARDI

 

Le opere in pietra della Fontana si devono ai mantovani Giovanni Andrea della Porta e Antonio Fasano e al milanese Andrea Riva. Le pietre utilizzate sono due calcari veneti: il rosso ammonitico e il bronzetto di Verona nella sua facies più chiara, quasi bianca. Come per i paramenti murari della Basilica di San Petronio i colori rosso e bianco dovevano riecheggiare quelli del libero Comune di Bologna. Il Grisante fece venire l’acqua da due sorgenti a sud della città. Particolare curioso: per la costruzione della muratura furono adoperati mattoni ricavati dalla demolizione dei merli delle mura. Sui quattro lati della grande vasca calcarea vi sono quattro incisioni che dicono: FORRIORNAMENTO (fatta per ornare la piazza); POPULI COMMODO (fatta ad uso dei cittadini); AERE PUBLICO (fatta con soldi pubblici); MDLXIIII (eseguita nel 1564). In realtà l’opera risultò compiuta solo nel 1566. Vale forse la pena di notare che questa fontana, come la Fontana Vecchia, oggi percepita e fruita come monumento, aveva in passato un uso eminentemente pratico in quanto serviva ai cittadini per attingere l’acqua coadiuvati dagli acquaioli che sostavano tutto il giorno accanto alla fontana e portavano, dietro piccolo compenso, l’acqua alle case. Il monumento venne più volte restaurato nel 1726, 1762, 1888, 1907, 1978. Inoltre la statua in bronzo venne smontata e ripulita durante le due ultime guerre mondiali.

 

2 La Madonna di Piazza (cotto)

Ovvero “la Vergine col Bambino” venne realizzata in cotto da Nicolò d’Antonio da Bari noto, per aver lavorato alla tomba di San Domenico nella chiesa omonima, come Nicolò dell’Arca o per la sua origine come Nicolò Dalmata. L’opera è firmata e datata; si legge infatti ai piedi del gruppo: NICOLAUS F [ecit] MCCCCLXXVIII che significa “Quest’opera venne realizzata da Nicolò nel 1478”. La Madonna di Piazza (cotto)Bellissime oltre le due figure principali anche le due aquile alla base del gruppo. Si può leggere in una lastra affissa in via D’Azeglio sul fianco della Chiesa di San Giovanni Battista dei Celestini, dove il grande scultore venne sepolto, la seguente memoria:

 

NICOLÒ SCULTORE
DALMATA DI ORIGINE NATO A BARI DI PUGLIA
DALL’ARCA DI SAN DOMENICO IN BOLOGNA
EBBE IL NOME E LA GLORIA
MORI’ L’ANNO 1494 E FU SEPOLTO IN QUESTA
CHIESA DEI CELESTINI

 

L’antica iscrizione posta sulla sua tomba, oggi purtroppo perduta, lo ricordava come COLUI QUI VITA SAXIS DABAT (colui che dava vita alle pietre) e paragonava l’abilità delle sue mani a quelle dei massimi scultori dell’antichità: Prassitele, Fidia e Policreto. Il gruppo un tempo era dorato cosicché il Vasari lo disse di bronzo. Scrive questo Autore: “Finì costui [Nicolò] quell’opera [l’Arca di San Domenico] l’anno 1460, e fece poi nella facciata del palazzo dove sta oggi il Legato di Bologna, una Nostra Donna di bronzo alta quattro braccia, e la pose sù l’anno 1478. Insomma fu costui valente maestro e degno discepolo di Iacopo dalla Quercia senese”(Le vite, vol. III, “Vita di Iacopo dalla Quercia scultore senese”). Fileno dalla Tuata nella sua Cronaca lo definisce il più grande scultore dei suoi tempi: “Era il più degno scultor che se trovasse”(Fileno dalla Tuata, Istoria di Bologna, origini-1521).

 

3 La grande Finestra Serliana (arenaria, rosso ammonitico).

La grande Finestra Serliana (arenaria, rosso ammonitico)Sita a pianterreno, sulla parete del Palazzo Comunale, a pochi passi dal Nettuno, è opera dello scultore perugino Galeazzo Alessi (1500-1572): i due leoni in arenaria e le due aquile in calcare (rosso ammonitico) situati subito sotto la luce della finestra e sopra la scarpatella sono di risulta. La finestra è quindi un collage di più parti. A proposito delle aquile si dice, ma non è provato, che quella più arcigna sia stata scolpita da Michelangelo mentre quella più mite sarebbe stata scolpita da Nicolò dell’Arca. La forma delle piume nei due rapaci è diversa: in quella di sinistra sono simili a foglie di quercia, mentre in quella di destra a foglie di ulivo. Nell’opera sono inoltre presenti gli elementi araldici degli stemmi del Cardinal Legato Del Monte e del vice-Legato Sauli con cui l’Alessi fu in grande amicizia.

 

4 I merli accecati (cotto)

I merli accecati (cotto)Bologna era nel Medioevo una città merlata. Merlate erano le mura della penultima cerchia e merlate le mura della cerchia ultima o Circla corrispondente agli attuali viali di circonvallazione. I merli, che oggi fanno tanto medioevo, avevano in passato una precisa funzione vale a dire quella di proteggere i soldati di ronda, che facevano la guardia sugli spalti, dalle frecce e dalle archibugiate. I merli che si vedono, ad esempio, in palazzo Re Enzo o alla chiesa di Santa Maria del Baraccano in stile, vale a dire ideati dagli epigoni locali dell’architetto Violetle - Duc - soprattutto dal Rubbiani - a fine ‘800 o ai primi del ‘900, per antichizzare monumenti che erano antichi, ma che dell’antico avevano perso col tempo ogni parvenza. Al contrario la foto mostra una serie di merli d’epoca lungo il fianco settentrionale del Palazzo del Comune accecati durante la sopraelevazione.

 

5 La Fontana Vecchia(arenaria)

Venne realizzata da Giovanni Andrea della Porta, mantovano, che aveva già lavorato alla realizzazione della fontana del Nettuno su disegno del palermitano Tommaso Laureti, come già ricordato architetto del Nettuno, nel 1565. Al progetto e alla realizzazione collaborò Giovanni Goujon, francese, emigrato a Bologna in quegli anni. La Fontana Vecchia(arenaria) - particolareUna lastra collocata sul lato di levante della piazza San Michele all’angolo con Strada Maggiore recita:

 

GIOVANNI GOUJON FRANCESE
SCULTORE DI ALTISSIMA RINOMANZA
ABITO’ IN UNA CASA DI QUESTA PIAZZA
DURANTE IL 1563
MORI’ A BOLOGNA NEL 1568

 

La Fontana Vecchia(arenaria)L’opera è in arenaria proveniente, probabilmente, dalle cave di Varignana. Il nome che la indica come vecchia fa riferimento ad una fontana precedente che: “Era poco lontano dalla nuova [quella del Nettuno] verso la Porta del Palazzo […] Del 1483 nel mese d’Aprile fù disfatta, e le pietre donate alla fabbrica di S. Petronio” (Pasquali Alidosi). Sempre Pasquali Alidosi scrive a proposito di questa fontana che indica come “Fontana della via Imperiale” nella Muraglia del Giardino del Palazzo nuovo: “L’Anno 1565 fù fatta con adornamenti lavorati, e diverse Arme il tutto di macigno con fittoni, e catene d’intorno architettura di Tomaso Laureto. Riceve l’acqua da un condotto, che viene dalla fontana nuova di Piazza [sempre quella del Nettuno]; serve anco al Giardino di Palazzo, che gli è dietro, e per tre grosse bocche di Leoni uscisse acqua in tre grandi vasi di macigno lavorato […] A questa fonte stanno molti Acquaroli, che di quest’acqua ne vendono per la Città”. In realtà l’iscrizione in latino ancor’oggi perfettamente leggibile dice: IN MAIOREM CIVITATIS USUM DEDUCTAM IN FORUM EX MONTIBUS SCATURIGINEM vale a dire [quest’acqua] fu condotta da una sorgente montana in piazza per comodità dei cittadini.

 

6 Tempio di S. Salvatore: statua di San Luca (stucco)

Tempio di S. Salvatore: statua di San Luca (stucco)È una delle quattro statue, che rappresentano gli evangelisti, dello scultore Orazio Provaglia (prima metà del secolo XVII) che adornano, ingentilendola, la facciata del Tempio in via Cesare Battisti. In questo sito esisteva già, a partire dal 1136, un luogo di culto dei potentissimi canonici di Santa Maria di Reno. L’unico elemento architettonico di questo periodo è rappresentato dal campanile. Il Tempio venne ricostruito interamente su disegno del barnabita Giovanni Ambrogio Magenta (o Mazenta) e Tommaso Martelli tra il 1605 e il 1623. È parte del complesso claustrale dell’antico Convento di S. Salvatore di cui restano due chiostri: uno a doppia loggia, risale al XVI secolo, un secondo più antico è detto del Priore. Imponenti sono il fianco a nord e la facciata che ricorda quella di Santa Maria dei Monti a Roma.

 

7 Uno dei due cardini di Porta Nova (selenite)

Uno dei due cardini di Porta Nova (selenite)Porta Nova è una delle quattro porte - in cotto e selenite - della penultima cerchia di mura della città, costruita tra la fine dell’XI secolo e gran parte del XII secolo, giunta sino a noi. Qui, a conferma che questa seconda cerchia di mura coincideva con quella romana, durante lavori al numero 14 dell’attuale piazza Malpighi - già salicata o selciata di San Francesco - vennero alla luce i resti di quella più antica mura, costruita con grandi massi in selenite. I fori, presenti nei cardini, servivano per innesto ai grossi perni in legno che permettevano l’apertura e la chiusura ai due battenti del massiccio portale. I due cardini sono ovviamente sul lato esterno, quello a ridosso della fossa chiusa nel 1163 e subito dopo salicata (nel 1211: Pasquali Alidosi). Questo tipo di chiusura, a due ante battenti, venne sostituita alla fine del XII secolo da quella a saracinesca come ci indicano gli archi di età tardo-romanica della Circla: in entrambi i casi i ponti, in legno o in muratura, che attraversavano la fossa erano fissi. Fu solo nel XIV secolo, quindi non per le mura penultime ma per le ultime, che ai ponti fissi si sostituirono i più sicuri ponti levatoi. Cardini simili a quello qui riprodotto erano visibili anche nella porta o serraglio del Poggiale anch’esso appartenente alle mura penultime - che si trovava in fondo all’attuale via Nazario Sauro all’incrocio con via S. Maria Maggiore - distrutto dai bombardamenti degli Anglo-Americani del 2 e 25 Settembre del 1943.

 

8 La tomba di Accursio e del figlio Francesco (calcari vari, marmo)

La tomba di Accursio e del figlio Francesco (calcari vari, marmo)Il sepolcro a piramide, sito di fianco alla Basilica di San Francesco in piazza Malpighi, venne costruito verso il 1260, anno della morte del grande giurista. Questo monumento assieme ai due simili ad esso affiancati (quello di Odofredo e quello di Rolandino dei Romanzi) è opera di ripristino (e certamente in gran parte d’invenzione) di Alfonso Rubbiani (1848-1913). Accursio, nato a Bagnolo di Toscana nel 1182 e morto a Bologna tra il 1258 e il 1260, fu Podestà di Bologna e celeberrimo professore nello Studio. Egli raccolse nella Glossa ordinaria o Glossa magistralis la maggior parte dei commenti (glosse), e moltissimi ne aggiunse di suoi, dei giuristi precedenti (glossatori) a corredo del Corpus Juris di Giustiniano. Nel campo del diritto mai opera ebbe tanto successo quanto la Glossa che per secoli esercitò un’autorità assoluta quasi dogmatica. La grande base cubica della tomba è in cotto rivestito da lastre di arenaria su cui sono scolpite - sul lato che vede la piazza - due croci greche patenti. Le quattro colonnine d’angolo, in alto, sono in marmo cipollino molto probabilmente di recupero; le altre in pietra d’Istria. Anche i capitelli sembrano tutti in pietra d’Istria. Il sarcofago è in rosso ammonitico e presenta due croci greche patenti in cerchio con in mezzo una lunga iscrizione in latino sul lato a sud; una terza croce patente in campo quadrato sul lato corto che guarda la chiesa; tre croci, come le altre presenti nel monumento, in circolo sul lato lungo (che guarda le altre tombe). Infine una croce patente in campo quadrato che guarda la piazza; sui due lati del braccio inferiore si può leggere la seguente iscrizione in caratteri gotici: SEPVLCRVM ACCVRSI GLOSATO RIS LEGVM FRANCISCI EIVS FILII, vale a dire: sepolcro di Accursio glossatore (commentatore) delle leggi e di suo figlio Francesco.

 

9 Basilica di San Francesco: il portale monumentale (calcari vari, marmo).

Basilica di San Francesco: il portale monumentale (calcari vari, marmo)La chiesa venne costruita accanto al monastero dei frati Minori, fondato quando San Francesco era ancora in vita, allorquando costoro qui si spostarono da Santa Maria delle Pugliole (che un tempo si trovava in via del Porto). È in stile gotico-francese. Iniziata nel 1236 (o 1237) per opera di Fra’ Malachia da Castromarina essendo architetti, pare, Marco da Brescia e Fra’ Andrea mastro della ghiexa, ha una superba ancóna in marmo di Carrara con statue e bassorilievi opera di Iacobello e Pier Paolo delle Masegne realizzata tra il 1388 e il 1392. Il portale presenta un protiro, ovvero un avancorpo con tettuccio sorretto da otto colonne, quattro per lato. Le due colonne a diametro maggiore esterne, che poggiano su due blocchi prismatici in pietra d’Istria, sono costituite da due rocchi. Quelli inferiori sono in calcare, quelli superiori molto più lunghi sono in marmo cipollino e certamente di spolio. Delle tre colonnine interne quella di mezzo (su entrambi i lati) è in marmo cipollino: le due a fianco sono in pietra d’Istria. Sempre in pietra d’Istria sono i montanti, gli archivolti e l’architrave dove si può leggere la seguente iscrizione: ECCLESIA STATIONUM URBIS che significa, all’incirca, Chiesa delle Chiese della città, ovvero chiesa più importante della città. In rosso ammonitico è la striscia alla base delle sei formelle in pietra d’Istria posizionate in alto di fianco al timpano. Queste sei formelle in stile gotico-veneziano orientalizzante sono in realtà un collage: i rilievi con animali, molto più antichi delle cornici in cui oggi appaiono inseriti, sono altomedievali. Partendo da sinistra, sulla prima sono presenti due pavoni stilizzati con due uccelli rapaci in cima; sulla seconda due pavoni stilizzati in basso e in alto due aquilotti addossati ad un albero (l’albero della vita). Sulla terza, un leone che azzanna un bue (toro) e sopra un drago sormontato da un animale con becco (l’ippogrifo) che azzanna un bovide. Spostandoci ora a destra, sulla prima abbiamo ancora due pavoni stilizzati in verticale. Sulla seconda una serie di animali addossati a un albero, sulla cui cima sembra esserci un’aquila (la formella è molto rovinata). Infine la terza formella è fortemente degradata ed è difficilmente leggibile. È probabile che anch’essa rappresenti due pavoni allungati e stilizzati simili a quelli presenti sulla prima formella del lato a sinistra. Il pavone, rappresentato spesso in Medio Oriente ai due lati dell’albero della vita, simboleggia l’immortalità dell’anima e la resurrezione in quanto gli antichi ritenevano che la carne di questo uccello fosse incorruttibile. I cento occhi della coda simboleggiano la Chiesa Cattolica.

 

10 Capitello con effigie di Giovanni II Bentivoglio, Signore di Bologna (calcare, pietra d’istria).

Capitello con effigie di Giovanni II Bentivoglio, Signore di Bologna (calcare, pietra d’istria)Il capitello si trova in opera nel portico antistante Casa Bellei, anticamente Casa dalle Tuate, in via Galliera n. 6. Col termine tuate si indicavano in passato le cantine. Il capitello è in pietra d’Istria e si ritiene di spolio dalla Domus Magna il celebre palazzo di Giovanni II, situato un tempo nella zona di via del Guasto-Teatro Comunale e distrutto a furor di popolo nel 1507 su istigazione del Papa Giulio II. La parola guasto ricorda, qui come in altre zone di Bologna, appunto una distruzione. Attorno all’effigie di Giovanni si può leggere l’iscrizione: DIV.IO.B.II. P.P. (Divo [reminiscenza classica] Giovanni II Bentivoglio Padre della Patria). Un secondo capitello sempre in pietra d’Istria con quattro aquile rampanti su quattro piccoli scudi ai lati, in opera accanto al precedente, mostra una testa coronata e l’iscrizione DIV. AUG. P. (Divo Augusto Padre) e, con ogni probabilità, raffigura il padre di Giovanni, Annibale Bentivoglio. Questo secondo capitello reca su uno dei quattro scudi sui quattro lati il motto di Annibale: NUNC MIHI (Ora a me) ovvero: è giunto il mio momento fortunato. In realtà Annibale, di origini incerte, venne ucciso a tradimento, dopo un brevissima signoria e ancora giovanissimo, da Baldassarre Canetoli.

 

11 Grada sul Canale Reno (cotto, arenaria)

Grada sul Canale Reno (cotto, arenaria)Il termine grada indica una grata o rete a spesse maglie metalliche che era posta trasversalmente al corso dell’acqua e che, abbassata di notte, aveva lo scopo di chiudere l’accesso alla città. Si temeva infatti che uno o più uomini nuotando a pelo d’acqua potessero penetrare all’interno delle mura e aprire una delle porte o delle posterle adiacenti, facilitando così l’ingresso ai compagni d’arme. Un tempo a Bologna le grade erano numerose lungo le mura di cinta a protezione dei varchi attraverso i quali l’acqua di fiumi, torrenti e canali entrava o usciva dalla città. Quella qui riprodotta segna l’ingresso in città del canale di Reno captato alla chiusa di Casalecchio. Una seconda grada ancora oggi esistente è quella sita in viale Enrico Panzacchi, all’incrocio con via Rubbiani attraverso la quale entrava in città il torrente Aposa (o Avesa) dopo la deviazione del suo corso avvenuta dopo il 1070. Prima di questa data l’Aposa entrava in città attraverso un ponte, munito anch’esso di grada, che si trovava subito a fianco della porta San Mamolo (a quei tempi San Mamante o San Mama).

 

 

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