Parchi, foreste e Natura 2000

Storia

Parco regionale Laghi Suviana e Brasimone

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Due solitarie valli tra l'Emilia e la Toscana

Chiesa di Stagno - autore A.MauriAree montuose impervie e lontane dalle principali direttrici storiche, le località del parco hanno lasciato scarse tracce nei documenti più antichi, e solo a partire dal medioevo feudale è possibile tracciare un quadro più chiaro dell'assetto del territorio. Per le epoche precedenti, oltre a importanti ritrovamenti etruschi in località del Camugnanese piuttosto distanti dal parco (come le due statuette votive di Monteacuto Ragazza), le conoscenze sui frequentatori e i primi residenti di queste alte valli sono soprattutto legate a reperti romani (monete presso il torrente Brasimone e a Le Mogne, alcune statuette nelle vicinanze di Castiglione) e a indizi che suggeriscono una presenza stabile di guarnigioni longobarde a Stagno, Bargi e Castiglione dei Pepoli. Tra i secoli XII e XIV le alte valli del Limentra di Treppio e del Brasimone, dopo essere state in parte possessi matildici, furono dominio dei conti Alberti di Prato e Mangona, e da questi affidate a nobili locali; la rocca degli Alberti, ai Cinghi di Mogne, era tra le poche strutture forticate del territorio e vi era annesso un piccolo edificio sacro. Altre fortificazioni si trovavano nei borghi di Stagno e Bargi, ritenuti strategici per questo settore appenninico nel controllo dei collegamenti con la Toscana. In epoca comunale i borghi montani furono motivo di contese tra Pistoia e Bologna, con diversi scontri e un susseguirsi di giuramenti di fedeltà da parte delle comunità locali ora all'una ora all'altra città. I primi decenni del '200 furono il periodo più aspro, poi le tensioni si affievolirono e il dominio degli Alberti, in seguito appoggiati dai conti di Panico, durò con alterne vicende fino a metà del '300; a essi subentrò il potere di Bologna, che cercò di amministrare il territorio tramite il Capitanato della montagna (fino al '400 situato a Castel di Casio) ma, troppo distante e impegnata in altri fronti, lasciò sempre ampio spazio a nobili e possidenti locali. Le vicine terre di Castiglione, allora detto Castiglione dei Gatti (forse dal celtico gat, bosco), vennero acquisite nel 1340 da Giovanni e Giacomo della casata bolognese dei Pepoli e unite ai possedimenti che il padre Taddeo aveva ricevuto in cambio dei servigi resi a Firenze nella guerra contro Pisa. I Pepoli accrebbero col tempo la loro influenza nella zona e costruirono una propria residenza nel paese per meglio controllare la vasta proprietà. Nel 1478 Giovanni Bentivoglio, signore di Bologna, acquisì molte terre nel Camugnanese, che poi concesse in enfiteusi ai precedenti proprietari. Dopo la cacciata dei Bentivoglio da Bologna, l'inizio del '500 vide la nascita delle contee: il governo pontificio destinò Monzuno e altre terre, tra cui Camugnano, ai Manzoli, mentre la contea di Bargi, insieme a Stagno, Suviana e Badi, venne assegnata ai Bargellini; quest'ultima venne abolita già intorno al 1530, mentre la prima contea fu revocata da Gregorio XIII nel 1575. I secoli XVII e XVIII videro il permanere del dominio pontificio, reso meno presente dal trasferimento del Capitanato a Vergato e dal prolungarsi delle dispute diplomatiche sui confini con il Granducato di Toscana e i Bardi della contea di Vernio, che si conclusero solo nel 1795 con una nuova apposizione di cippi confinari. Il passaggio delle truppe napoleoniche segnò un momento di particolare fermento, con sommosse contro le imposizioni francesi (tasse e leva obbligatoria); le agitazioni dovute alle condizioni di estrema povertà della zona si protrassero anche dopo la restaurazione pontificia, fino a che, con l'Unità d'Italia, le alte valli del Camugnanese furono riunite in un unico vasto territorio comunale che nel secolo successivo venne interessato da imponenti opere pubbliche.

Vita e mestieri dei secoli passati

foto: l'antico borgo di Stagno - autore A.MauriL'economia della zona si è basata per secoli sulle pratiche tradizionali e le coltivazioni che il clima e le asperità del territorio montuoso consentivano. Le ricchezze maggiori sono sempre state l'allevamento del bestiame, lo sfruttamento dei boschi per la produzione di legname e carbone e la coltivazione del castagno, ancora oggi presente in formazioni quasi pure destinate alla produzione dei frutti o più di frequente ormai mescolato al faggio in boschi cedui. Le castagne, dopo l'essiccazione nei caratteristici seccatoi, venivano portate ai mulini mossi dalle acque dei torrenti Brasimone e Limentra, dove confluivano anche i pochi cereali raccolti. Pecore e mucche pascolavano nei pianori erbosi anche alle quote più alte, mentre ai maiali, il cui allevamento era stato incentivato dai Longobardi, erano riservate le aree prossime agli abitati e gli abbondanti frutti dei querceti. All'attività nei campi o nei boschi si affiancavano modeste attività artigianali come la lavorazione di lana e cotone e quella del legno, per produrre oggetti di uso domestico. Un qualche rilievo nell'economia delle valli ebbero le miniere della valle del Limentra di Treppio: una ferriera di proprietà dei bolognesi Volta rimase attiva tra '400 e '500 nei dintorni di Stagno, in località le Fabbriche, e in seguito fu venduta a una famiglia di Pistoia che costruì le cosiddette Fabbriche nuove in una posizione più a monte del torrente, in territorio toscano; l'attività decadde però nel secolo successivo lasciando traccia di sé solo nei toponimi. Assai rinomata, invece, grazie all'abilità della famiglia Acquafresca, fu la lavorazione del ferro e del bronzo per produrre armi, che tra i secoli XVII e XVIII ebbe a Bargi uno dei centri più importanti della montagna bolognese. I principali luoghi di scambi commerciali erano i mercati di Castiglione e Porretta, ma la scarsa rete viabile rendeva assai difficoltosi i trasporti. I boschi e le limitate attività artigianali non permettevano comunque a tutte le famiglie di assicurarsi di che vivere. In montagna i mesi invernali erano sempre i più difficili e alla tradizionale transumanza delle greggi verso le maremme toscane si aggiungevano le frequenti emigrazioni stagionali, che non di rado divenivano stabili, di lavoratori verso altre regioni o nazioni (boscaioli e carbonai sceglievano spesso la Corsica).

L'avvento delle grandi opere pubbliche

A partire dall'inizio del secolo XX questo settore dell'Appennino bolognese è stato sede di alcune grandi opere pubbliche che hanno portato a un nuovo assetto del territorio e a notevoli trasformazioni del paesaggio. Nel 1910 furono avviati i lavori per la costruzione di una diga nei pressi del mulino delle Scalere, dove la valle del Brasimone si restringeva e il torrente formava una suggestiva serie di salti. La diga venne utilizzata anche per il passaggio di una nuova strada che collegava Castiglione a Riola passando per Camugnano, consentendo di raggiungere la Porrettana e la ferrovia Bologna-Pistoia. La centrale idroelettrica collegata all'invaso del Brasimone fu costruita più a valle, nei pressi dell'antica chiesa di S. Maria, dove nel 1917 venne realizzata una seconda diga per aumentare la produzione. Dieci anni più tardi le Ferrovie dello Stato ultimarono la costruzione di un invaso a Pavana, nella vicina valle del Limentra di Sambuca, destinato a fornire energia per l'elettrificazione delle linea ferroviaria Porrettana e nel 1928 iniziarono i lavori di sbarramento del Limentra di Treppio ai Cinghi di Bargi e Suviana. La nuova diga, la più alta allora esistente in Italia (97 m), venne completata nel 1933 con ingente impiego di uomini e mezzi: per la sua realizzazione vennero costruite nuove strade e una teleferica di collegamento tra Suviana e la stazione di Porretta per il trasporto del cemento utilizzato per consolidare il materiale lapideo derivato dalla frantumazione della roccia recuperata in loco. Nel nuovo grande bacino vennero fatte confluire anche le acque di Pavana attraverso un condotto sotterraneo. A conclusione della stagione delle grandi opere idroelettriche è stato realizzato, all'inizio degli anni settanta, il collegamento tra i due bacini del Brasimone e di Suviana tramite condotte forzate e un impianto in grado sia di generare energia elettrica sia di pompare acqua verso il bacino superiore per continuare il ciclo produttivo. Negli anni sessanta era stata anche avviata la costruzione di un impianto sperimentale per la produzione di energia nucleare (denominato PEC) sulla riva meridionale del bacino del Brasimone. Il progetto è stato definitivamente abbandonato in seguito al referendum nazionale del 1987.

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pubblicato il 2012/05/28 16:35:29 GMT+1 ultima modifica 2012-05-28T18:35:00+01:00

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