Parchi, foreste e Natura 2000

Flora

Parco regionale Boschi di Carrega

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I castagneti

Felce aquilinaGli oltre mille ettari del parco sono per circa la metà rivestiti da boschi che, soprattutto nelle zone periferiche, si alternano a seminativi e prati stabili, spesso fiancheggiati da splendide siepi. Buona parte della copertura vegetale é costituita da castagneti impiantati nei primi decenni del secolo scorso, quando la farina di castagne era ancora un elemento importante dell'alimentazione umana. Da questi castagneti derivavano consistenti fonti di reddito per i duchi: frutti e legname venivano venduti, le foglie utilizzate per la stabulazione del bestiame. Molti degli annosi esemplari dai rami contorti che fino ai primi anni del nostro secolo dominavano i boschi sono stati peró decimati dal mal dell'inchiostro e dal cancro corticale (due agenti patogeni che dal dopoguerra hanno fortemente ridotto il numero dei castagni). I castagneti rimasti sono stati parzialmente convertiti in boschi da taglio, con le caratteristiche ceppaie. Tra gli alberi che piú frequentemente accompagnano questi castagni, spicca l'orniello, al quale spesso si aggiunge l'invadente robinia. Nello strato arbustivo sono preponderanti gli aceri campestri, e in quello erbaceo i cespi della felce aquilina.

Faggi e specie effimere

Scilla bifoliaSui rilievi collinari ai castagneti si alternano altre formazioni forestali, in parte autoctone, in parte di chiara origine antropica, come il bosco di pini di Monte Tinto. Dal punto di vista botanico la zona si trova tra la fascia planiziale e quella dei querceti collinari, ma i numerosi corsi d'acqua che incidono più o meno profondamente i terrazzi su cui si estende il parco, hanno localmente favorito l'instaurarsi di particolari condizioni climatiche che influenzano la vegetazione. Nelle umide vallecole si sono, infatti, create condizioni ottimali anche per specie tipiche di quote ben più elevate rispetto alla zona, che oscilla fra 120 e 320 m di altitudine. Un bell'esempio è la Faggeta di Maria Amalia, un bosco davvero singolare a quote così basse: il faggio, infatti, è una specie caratteristica delle nostre montagne, dove ammanta i rilievi fino al limite della vegetazione arborea. Gli esemplari messi a dimora nei primi decenni del secolo scorso, nei pressi della "Grotta di Maria Amalia", si sono perfettamente acclimatati. Il sottobosco della faggeta, in questo caso molto simile a quello dei vicini querceti, ospita una ricca flora nemorale che, con fioriture scalari, riveste e abbellisce la spoglia lettiera primaverile. Le rapide apparizioni dei fiori, che a volte rimangono solo pochi giorni, sono favorite dalle particolari condizioni microclimatiche dei boschi tra la fine dell'inverno e l'inizio della primavera. Per buona parte dell'anno, infatti, i raggi solari, intercettati dal fitto fogliame, non raggiungono il suolo. Ma sul finire dell'inverno, prima che le gemme degli alberi si schiudano, quando la temperatura si fa un po' più mite, le condizioni di illuminazione sono ideali per la fioritura delle cosiddette "specie effimere". Già in febbraio, dove la neve si è sciolta, sbocciano le prime timide primule che si aggiungono ai precocissimi ellebori; subito dopo il sottobosco si riveste dell'azzurro vivo dei fiori di scilla e del bianco dei campanellini. Quando i giorni si fanno più lunghi compaiono crochi, viole, erba trinità, dente di cane e polmonaria; al manto degli anemoni bianchi che riveste le rive dei rii, in aprile si sostituisce il giallo tappeto dei favagelli, punteggiato dai fiori viola della pervinca. Terminate queste fioriture, la faggeta ha ormai perso i toni spenti dell'inverno: un verde uniforme domina il terreno e le chiome degli alberi.

I boschi di querce e di conifere

RoverellaLa restante copertura vegetale del parco è costituita soprattutto da boschi, spesso impenetrabili, di querce e da formazioni in cui le conifere si integrano con le latifoglie.
Nei querceti prevalgono il cerro e, in misura minore, la rovere; la roverella, invece, predilige le stazioni più soleggiate e si ritrova solo in querceti misti, dove nessuna specie prende il sopravvento sulle altre. Alle querce sporadicamente si aggiungono il pino silvestre, che si può considerare spontaneo, e gli esotici pino nero, abete rosso e abete bianco, introdotti più di un secolo fa.
Nelle stazioni più fresche e umide i querceti si arricchiscono di carpino bianco, dando vita a preziosi boschi mesofili ormai poco frequenti in regione, perchè in passato largamente sostituiti da castagneti e coltivi. Il sottobosco è particolarmente ricco e numerose specie arbustive contribuiscono a rendere molto dense le formazioni. nocciolo, sanguinello e biancospino sono le essenze più caratteristiche dei boschi mesofili, mentre lantana, ciavardello e coronilla crescono nei querceti dei versanti più assolati. Molto abbondanti sono anche la Daphne laureola, facilmente riconoscibile in inverno per le foglie persistenti e coriacee, e l'inconfondibile pungitopo. Ai margini dei boschi, soprattutto di quelli più degradati, sono frequenti i cespugli di ligustro. Le radure e le zone di contatto fra bosco e praterie sono gli ambienti dove crescono le varie orchidee spontanee presenti nel parco: ne sono state individuate ben 13 specie, tutte protette dalla legge regionale, appartenenti ai generi Cephalantera (damasonium e longifolia), Platanthera (bifolia, chlorantha), Anacamptis (A. pyramidalis), Dactylorhiza (maculata, sambucina) e Orchis (mascula, morio), alle quali si aggiungono, nella flora del parco, altre 11 specie protette.

Il parco all'inglese

Le ricorrenti immissioni di essenze arboree estranee avvenute negli ultimi secoli, soprattutto per ragioni estetiche e di curiosità botanica, hanno profondamente modificato il paesaggio vegetale dei Boschi di Carrega. Una conferma è la quasi esclusiva presenza di specie esotiche sulle rive dei numerosi laghetti artificiali, ottenuti sbarrando il corso di alcuni rii (interventi fatti eseguire dai Carrega all'inizio del secolo per creare riserve idriche a scopi irrigui). Ma è soprattutto nello splendido scenario del parco all'inglese, che si trova al centro del parco a ornamento del Casino dei Boschi, che dominano le specie esotiche. Realizzato nel decennio 1820-1830 per opera del giardiniere di corte di Maria Luigia, Carlo Barvitius, il parco ha subito ampie trasformazioni; durante gli anni dei Carrega, la tenuta e il giardino prospiciente la villa vennero interamente ridisegnati, assumendo un profilo completamente diverso rispetto all'iniziale progetto ottocentesco. Il vasto giardino monumentale, formato soprattutto di sempreverdi, ospita abeti (greci, del Caucaso, di Douglas, di Spagna), libocedri, cipressi di Lawson, tuie e cedri di varie specie, che si mescolano a enormi platani, piante di leccio e tasso e basse siepi di bosso. Un magnifico esemplare di sequoia si erge nei pressi dell'edificio e splendidi viali di cedri conducono al Casino dei Boschi e lo congiungono alla Villa del Ferlaro.

I funghi

Nell'ambiente i funghi svolgono un ruolo molto importante: attaccando legno, foglie e altre parti vegetali, ma in certi casi anche escrementi e spoglie di animali, facilitano il processo di degradazione della sostanza organica, contribuendo alla formazione dell'humus. In un bosco, ad esempio, la loro cospicua presenza, è indice di un complessivo buon stato di salute. La micoflora del parco è particolarmente varia e abbondante; recenti ricerche hanno individuato la presenza di circa 400 specie di funghi (escludendo quelli microscopici). L'alternarsi di prati, coltivi, boschetti misti di latifoglie e gruppi di conifere determina, infatti, una notevole disponibilità di habitat favorevoli allo sviluppo delle diverse specie. La tarda estate e l'autunno sono i periodi più adatti per la crescita dei corpi fruttiferi, ma già in primavera spuntano spugnola grigia e vescia gemmata. Le amanite, fra le quali anche la temibile Amanita phalloides, compaiono nei boschi misti insieme a diverse specie dei generi Russula, Lactarius, Hebeloma, Clitocybe, Boletus. Alcune specie si incontrano in situazioni molto caratteristiche: il boleto giallo sotto ai pini silvestri; Pseudohiatula tenacella sui coni dei pini caduti al suolo e parzialmente interrati; varie specie di Marasmius sulle foglie secche di quercia o di faggio. Gruppi cespitosi di coprini e di Hipholoma rivestono le ceppaie di quercia o di altre latifoglie, mentre sui castagni è tipica la lingua di bue. Le zone erbose ospitano la ben nota mazza di tamburo e altre specie dello stesso gruppo, insieme ai comuni prataioli e a svariati igrofori.

Le querce

CerroRiconoscere le varie specie di quercia non è sempre facile; anche i botanici incontrano qualche difficoltà nel classificarle, per l'estrema facilità con cui si ibridano tra loro, mascherando i caratteri peculiari.
A volte le differenze tra una specie e le altre sono molto evidenti, ma spesso solo piccoli particolari consentono di distinguerle, e anche il luogo dove un esemplare vegeta può essere di aiuto per individuare la specie. Nel parco si possono osservare tutte le specie spontanee presenti in Emilia Romagna, dalla fascia litorale ai rilievi collinari e montani, dove i querceti hanno in prevalenza carattere mesofilo, prediligendo i versanti ombrosi, con una modesta ma continua disponibilità d'acqua. Il cerro (Quercus cerris), che può spingersi sino a 1000 m di altitudine, è inconfondibile: le ghiande possiedono una cupola fittamente ricoperta di squame lunghe, morbide e appuntite; le foglie sono strette e profondamente lobate, a volte ricoperte da una fine peluria nella pagina inferiore. La peluria non manca mai, come suggerisce il nome scientifico, nella roverella (Quercus pubescens), l'essenza tipica dei boschi xerofili collinari, quelli delle situazioni asciutte e soleggiate. E' una caratteristica presente soprattutto nelle foglie giovani, ma la fine peluria grigiastra può rivestire anche il picciolo fogliare e, particolare che rende inconfondibile la specie, la porzione terminale dei giovani rametti. Le ghiande, generalmente appaiate e sorrette da un peduncolo brevissimo, hanno una forma leggermente allungata e sono protette sino quasi a metà da una cupola rivestita di piccole squame regolari, densamente appressate tra loro. Non sono molto diversi i frutti della rovere (Quercus petraea), che è però riconoscibile dai radi ciuffi di peli bruni localizzati all'ascella delle nervature, sulla pagina inferiore delle foglie. Fra le querce emiliane è forse la più rara; la si ritrova, in genere, nei boschi collinari, associata, come a Carrega, a cerro e carpino bianco. Strettamente legata alla pianura, e per questo scarsamente presente nel parco, è la farnia (Quercus peduncolata o anche Quercus robur). Le foglie sono caratteristiche per la forma clavata, dovuta al brusco restringimento dei lobi alla base, e per due piccole orecchiette ai lati del picciolo. Ma la farnia è riconoscibile soprattutto dal lungo peduncolo sul quale sono inserite le ghiande. Nel parco sono presenti, infine, altre due querce: il leccio (Quercus ilex), un sempreverde tipicamente mediterraneo che completa la rassegna delle querce presenti in regione, e, nei giardini di alcune abitazioni, l'esotica quercia rossa (Quercus rubra o borealis), inconfondibile per la colorazione rossastra del fogliame in autunno.

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ultima modifica 2012-05-28T18:37:00+01:00
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